Sicurezza
E poi c’era il mare, sconosciuto e mai affrontato nuotando
Le povere nozze nel 1948, il viaggio sul battello fra le mine, lo sgomento e poi l’interesse per quel luogo e i suoi abitanti
Il quattro aprile del 1948 segna la data del mio matrimonio. Avevo promesso a Riccardo che se avesse trovato lavoro, dopo la laurea in medicina, l’avrei sposato; e lui lo trovò, contentandosi di andare a fare il medico delle carceri alla colonia agricola di Capraia, un’isola dell’Arcipelago toscano. A questo punto non potevo tirarmi indietro ed anche se poco convinta della bontà della sua decisione, avevo accettato di sposarlo.
Erano tempi duri, la guerra ci aveva lasciato in miseria, almeno noi che non avevamo altre risorse economiche che lo stipendio inflazionato di mio padre. Il matrimonio venne festeggiato con brindisi di bicchieri colmi d’acqua e pochi invitati. Per l’occasione indossavo un tailleur ricavato da un completo verde-oliva di gabardina di Riccardo, che aveva dovuto riporre perché irrimediabilmente macchiato nei risvolti della giacca. La sarta, espertissima nel rabberciare l’usato, era riuscita a nascondere la parte macchiata, ricavandone un tailleur quasi perfetto. Così abbigliata e in più, con un cappellino di paglia ornato dalle ali di un uccellino che pareva spiccare il volo, mi sposai.
A casa dopo un rinfresco striminzito, salutati parenti e amici, Riccardo e io ci avviammo alla stazione per prendere il treno per Livorno e di lì imbarcarci per l’isola. Niente viaggio di nozze, soldi non ce n’erano, e questo fu il viaggio verso il posto di lavoro. La mia mamma, prima di partire, mi prese in disparte e consegnatemi cinquemila lire mi disse: queste sono per te, non lo dire a tuo marito, tienle nascoste e se le cose non andranno bene, ti serviranno per tornare a casa. Mia sorella non fu da meno, nell’offrirmi in dono una valigia, aggiunse: ti potrebbe servire per il viaggio di ritorno. Con questi ottimistici auspici lasciai la mia famiglia.
Ci vollero tre giorni, fra treno, sosta a Livorno in attesa dell’imbarco, per raggiungere l’isola, dopo aver attraversato una parte della Toscana cariata dalle bombe. Livorno era stata devastata dai continui bombardamenti intorno al porto e nelle zone limitrofe. In mezzo alle rovine formicolava un’umanità vivace, vestita alla bell’e meglio, che si affaccendava intorno a ciò che restava delle loro case. Era l’umanità del dopoguerra, con tanta voglia di vivere e ricominciare da capo, in nome della pace finalmente raggiunta. In mezzo a questo sciamare di popolo, gironzolavano i soldati americani, molti dei quali accompagnati dalle “segnorine”, le prostitute giunte in città al seguito della truppa, spinte dalla fame o dalla speranza di giorni migliori.
Al porto era attraccato il Limbara, una carretta a vapore che faceva la spola, una volta la settimana, fra Livorno, l’isola di Gorgona e la Capraia. Era l’unico mezzo di comunicazione, per il resto della settimana le barche a motore supplivano alla sua assenza. Saliti a bordo, ci salutò il comandante palesemente incuriosito da quella giovane coppia che pareva sbucata chissà da dove e capitata lì per sbaglio in mezzo a gente che di mare se ne intendeva mentre loro, all’aspetto, parevano del tipo fortemente terragnolo. Non appena la nave diresse la prua in mare aperto facendo rotta verso la Gorgona, il comandante si concesse una pausa di riposo e ci invitò a salire in plancia. Sapemmo da lui quali erano le condizioni del mare, quali e quante erano le mine non ancora esplose, quale il rischio di percorrere un mare infido e come il traghetto fosse costretto a seguire una rotta limitata a uno stretto canale perché al di là di questo le mine non erano state ancora fatte brillare. Ogni tanto, accennando a certi barili galleggianti in mare aperto, ci porgeva il binocolo per farci riconoscere che si trattava di mine venute a galla dopo le mareggiate che avevano spezzato gli ormeggi che le costringevano sott’acqua.
Il Limbara continuava placidamente a navigare avvicinandosi alla Capraia dopo aver sostato alla Gorgona il tempo per scaricare detenuti, guardie carcerarie e mercanzie. Dopo più di quattr’ore di navigazione ci avvicinammo all’isola; già se ne vedeva il profilo dai rilievi irregolari che si stagliava all’orizzonte come un grosso pachiderma emerso dagli abissi marini ed accucciato lì, sornione e silenzioso. Così mi apparve la Capraia quel giorno di aprile: un’isola spersa nel mare, emersa dal cuore di un “immenso oceano”, aspra, selvaggia e desolata.
Il Limbara non poteva gettare l’àncora entro il porto perché le acque erano troppo basse per accoglierlo, cosicché si fermò fuori dal porto in attesa che una barca a motore si avvicinasse per caricare e scaricare passeggeri e mercanzie. Al porto ci aspettava il direttore della Colonia penale, issato su un calessino, unico mezzo di trasporto per passeggeri di riguardo. Saliti sul calesse ci inerpicammo per una strada stretta, piena di buche, che si snodava intorno ai fianchi rocciosi dell’isola salendo su fino al centro del paese.
Il paese si trovava a un centinaio di metri sopra il livello del mare, aggruppato intorno al Castello, un castello-fortino posto un tempo a difesa dalle incursioni dei Saraceni, a picco sul mare. Una vecchia strada costituiva l’arteria principale di raccordo, in basso, col porticciolo, in alto, con la zona montuosa dell’isola in cima alla quale si trovava il semaforo della Marina. Insieme alla via principale due o tre altre strade, mal pavimentate con pietre dissestate, erano contornate da case di uno o due piani di colore indefinito. Gli abitanti erano pochi, non più di due o trecento, compresi i detenuti e le guardie carcerarie con le loro famiglie. Dopo il turbamento provato al primo impatto sull’isola, dopo i primi giorni di sgomento nel prendere coscienza che in quell’isola ci dovevo stare chissà per quanto tempo, lentamente e inavvertitamente avevo raggiunto uno stato di adattamento nel quale alle mie personali inquietudini si andava sostituendo l’interesse verso quel luogo e i suoi abitanti. Eppoi c’era il mare, a me sconosciuto; fino allora osservato solo dalla riva e mai affrontato nuotando, perché non avevo avuto mai l’ardire di lasciarmi avvolgere dall’acqua. Avendo ormai tolto l’ancora dalle mie radici, provavo una sensazione di benessere fisico e mentale che la vita sull’isola mi aveva trasmesso, togliendomi dal cervello le trame che generano prostrazione e senso di inadeguatezza personale. —
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