Gioco
«Esploro le paure e la mia metà oscura»: una giornata a Livorno con Dario Argento
Il cineasta cult è il protagonista al “FIPILI Horror Festival” «Il mio film più riuscito è “Tenebre” ma non c’è più cinema di genere»
LIVORNO. Ha iniziato a girare film perché nessuno, probabilmente, avrebbe potuto mettere sullo schermo le sue storie, gli incubi e le paure. Così, quasi 50 anni fa, ha esordito dietro la macchina da presa con “L’uccello dalle piume di cristallo”, primo successo di un filmografia straordinaria. Dario Argento è l’ospite di punta dell’edizione 2019 del “FIPILI Horror Festival”, protagonista oggi di un incontro fra cinema e letteratura, e della proiezione di un altro suo titolo fortunato: “Inferno”.
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Argento, premiato ai David di Donatello per la carriera, si è lasciato andare al commento «troppo tardi». Solo una battuta, o anche una frecciata al mondo del cinema italiano?
«Beh, sì, il cinema italiano era ancorato a certi nomi, certe tematiche, film impegnati. E io ero fuori da questo gioco. Ma anche Sergio Leone lo era. Il cinema di genere era dimenticato. Comunque mi ha fatto piacere il premio».
Perché ha fatto cinema nella sua vita? Avrebbe potuto fare altro?
«Avrei potuto fare lo scrittore, professione che amavo e che ho fatto per anni. Arrivare al cinema è stata un’escalation. Ho cominciato facendo il giornalista in un piccolo giornale di cinema. Dopo, sono stato chiamato a un giornale più importante, Paese Sera, per curare una rubrica settimanale. Sempre sul cinema. I maggiori incassi, commentati un po’ così. Poi, pian piano, sono entrato nella redazione, e poi sono diventato vice-critico del critico ufficiale, che poi si ammalò e fui io a sostituirlo. Ero giovanissimo, 19-20 anni. Una bellissima esperienza. Andando a vedere i film, comunque, mi venne in mente di scrivere qualche cosa anch’io. Storie, soggetti, prima quasi solo per me stesso, poi ho iniziato a pensare di poterlo fare in modo professionale e, mentre lavoravo come critico, scrivevo quindi anche per il cinema, presentando le mie cose ai registi. Ero sconosciuto, naturalmente, ma ebbi abbastanza successo quasi subito. Per alcuni anni ho fatto perciò lo sceneggiatore, e da qui è partito tutto. Non pensavo di diventare regista, non mi piaceva. Mi ricordo che quando andavo sui set c’era una confusione incredibile. Quando, invece, ho cominciato a farlo, ho capito che a gestire quel caos deve essere proprio il regista, entrando nel progetto del film».
Come deve essere un film horror?
«Deve seguire la sua strada. Abbiamo esempi di grandi scrittori, i nostri maestri. Parlo di Edgar Allan Poe, Lovecraft. E poi anche il grande Alfred Hitchcock, con il suo film horror “Psyco” ma anche con gli altri thriller. Meraviglioso. Lui è stato il mio esempio».
Com’è cambiato il suo cinema negli anni?
«Ho cercato di variare le ambientazioni e le tematiche, ma per il resto sono rimasto lo stesso autore. Dopo “Profondo Rosso” passai all’horror, un genere che amavo moltissimo, con “Suspiria” e “Inferno”. Per tornare al thriller con “Tenebre”, uno dei miei film più riusciti».
Direttore della fotografia sia per “Suspiria” che per “Tenebre” fu Luciano Tovoli che racconta sempre le difficoltà ma anche la bellezza nell’aver girato “Suspiria”.
«Beh, non c’erano gli effetti speciali elettronici. Gli effetti li facevamo noi. Era difficilissimo, e ogni volta c’era da scervellarsi per ottenere i risultati che volevamo».
Cos’è la paura?
«È un sentimento che ci viene dal profondo, interrogando la nostra metà oscura, esplorandola. La paura è un riflesso di tutto il mio mondo interiore, un po’ perverso, un po’ strano, avendo anche la fortuna, il dono potrei dire, di riuscire a dialogare profondamente con la mia metà oscura. E così riesco a raccontare delle storie che sono poi internazionali, che interessano tutti. Infatti i miei film hanno forse più successo all’estero che in Italia».
Il cinema italiano. Com’è la situazione?
«Sta cercando una sua strada, una sua personalità con alcuni giovani talenti, ma ancora non c’è riuscito veramente. Che il cinema di genere oggi sia completamente dimenticato un po’ mi rattrista, quando ci sono tanti ragazzi con la voglia di fare. Purtroppo i finanziatori, i produttori non offrono questa possibilità. E infatti si fanno le commedie, non i film di genere».
E l’horror in generale come sta?
«In Corea del Sud, ad esempio, fanno film interessanti, proprio perché seguono la mia strada, le tracce che ho lasciato. Anche in Giappone, per non parlare del Messico che fa un cinema di genere bellissimo, con Guillermo del Toro, mio grande amico, che è un fenomeno, unendo la politica e l’horror».
La politica, appunto. Potrebbe fare qualcosa per il cinema?
«Potrebbe fare molto. Il cinema, però, dovrebbe aiutarsi anche da solo. Gli autori dovrebbero impegnarsi, andare in fondo alle loro idee, ai loro sentimenti». —
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