Il Tirreno

Che soirèe a Palazzo Mansi Alle 3 di notte arrivava... il buffet

PAOLA TADDEUCCI
Che soirèe a Palazzo Mansi Alle 3 di notte arrivava... il buffet

Dal primo pomeriggio all’alba, erano feste a cui nessuno voleva mancare Tableaux vivants, giochi, cibo raffinato. E il marchese Raffaello a menare le danze

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PAOLA TADDEUCCI

Le sue soirée erano imperdibili. E chi poteva declinare l'invito alle feste allietate da quadri viventi, cotillon, mascherate di Carnevale, musica e balli che organizzava nel suo palazzo in centro storico? Nobili, borghesi, autorità e ufficiali del Reggimento Cavalleggeri non mancavano mai, nonostante le serate – ma forse proprio per quello – durassero regolarmente dal pomeriggio inoltrato fino alle prime ore del giorno successivo e anche oltre. Del resto il padrone di casa voleva che fossero piene di brio, divertimento e spensieratezza, all'insegna – così scriveva lui stesso in francese – dell'“entrain”. È l'affresco di un mondo ormai scomparso quello che il marchese Raffaello Mansi ha lasciato nei suoi diari, ora pubblicati dalla casa editrice Pacini Fazzi nella trascrizione di Patrizia Giusti Maccari e Rosanna Morozzi. Annotazioni, cronache e considerazioni che il nobile lucchese – scomparso nel 1956 ed erede di una delle famiglie più importanti della città – fece per tenere memoria degli eventi mondani tenuti dal 1892 al 1947 nello storico palazzo di via Galli Tassi, oggi museo nazionale.

Di impianto tardo cinquecentesco, agli inizi del 1600 l'edificio venne acquistato dai Mansi che lo tennero fino al 1965, quando fu comprato dallo Stato che 12 anni dopo lo aprì come museo. Mansi – che vi abitava con la moglie Antonietta Bernardini, anch'essa esponente dell'aristocrazia locale, e i loro sei figli – non badava a spese nell'organizzare i ricevimenti. Ogni volta faceva preparare pasticcini, dolci, babà, cioccolata, gelati e sandwich a volontà, oltre ad un ricco buffet che veniva servito verso le 3 della notte. Un esempio? Pasticci di fagiani grandi e piccoli, pasticci di fegato, capponi in gelatina, lingue, maionese con pesce, sfogliatini con carne, prosciutto cotto, gateaux mousseline, con accompagnamento di champagne e vini pregiati. Non andò sempre così: ricevimenti e opulenza scemarono nei periodi di guerra, e il dopo non fu mai come era stato prima.

Ma negli anni spensierati Raffaello fece di tutto per rendere speciali le feste. Anche adibire le sale del palazzo a funzioni diverse da quelle per le quali erano state progettate: nella spettacolare sala dell'Alcova, ad esempio, organizzò sia i buffet che i “tableaux vivants”, riproduzioni teatrali di quadri e di ritratti che andavano di gran moda. Era un regista perfetto e spesso introduceva lui stesso le recite, alle quali prendeva parte anche la moglie: memorabile il “quadro vivente” del febbraio 1911, di cui tra l'altro rende conto degli applausi ricevuti «per la fedeltà ai ritratti e agli episodi rievocati». Uno dei ritratti era dedicato all'antenata Lucida, considerata adultera, crudele e demoniaca tanto da aver fatto un patto con il diavolo e apparire come fantasma in tanti luoghi della Lucchesia. Altro evento attesissimo delle serate era il cotillon, travolgente insieme di danze e di giochi, figurati e scherzosi, con dono finale ai partecipanti: per le signore cuori di raso-porta spillo, ventagli e cembali dipinti, per gli uomini taccuini e pressa carte. Indimenticabili, poi, i balli: minuetti, valzer e perfino il tango, la danza latino americana condannata dalla Chiesa perché voluttuosa, ma non da Casa Mansi. Il libro è presentato in cofanetto con “Il ricettario” del palazzo, a cura di Claudio Casini. —

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