Il Tirreno

Missione a Livorno per salvare il fratello di latte dal lager nazista

Nicola Maranesi
Giovanni Grazzini con i figli negli anni del secondo dopoguerra
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Giovanni Grazzini con i figli negli anni del secondo dopoguerra

Nell’inverno 1943 Giovanni, fuggito da Firenze, attraversa la Toscana per aiutare Serafino prigioniero dei tedeschi

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Piccoli episodi di resistenza, piccoli episodi di eroismo, la cui somma ancora oggi restituisce il racconto collettivo dell’Italia migliore, quella che dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 si oppose all’occupazione nazifascista e portò il Paese fuori dalla Seconda guerra mondiale. Alla vigilia del 74° anniversario del 25 aprile e della Liberazione nazionale dal nazifascismo, e a due mesi dal 75° della Liberazione di una città simbolo della resistenza come Livorno (19 luglio 1944), dall’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano affiora una storia di coraggio, e di fratellanza, che ci riporta nel clima vissuto dalla popolazione in quegli anni terribili.

Anni di odio e di lutti, ma anche di esemplari gesti di altruismo e solidarietà, come quello compiuto da un giovane fiorentino, Giovanni Grazzini, capace di mettere a repentaglio la propria vita pur di strappare un “fratello di latte” – questa la locuzione con cui si indica coloro che sono stati allattati dalla stessa nutrice – dai campi di concentramento nazisti in Germania.

La storia ha inizio verso la metà di ottobre 1943, quando Giovanni scappa da Firenze per sottrarsi alla leva militare indetta dai fascisti della Repubblica sociale italiana, e si rifugia in una casa di campagna nel comune di Pelago. La famiglia che lo accoglie è quella della nutrice che lo ha allevato da piccolo, quando Giovanni condivideva il latte materno destinato al piccolo Serafino Pieraccioni. Lo stesso Serafino che nell’autunno del 1943 è finito prigioniero della Wehrmacht: prestava servizio militare in Corsica quando, dopo l’8 settembre, le truppe naziste lo hanno catturato e trasferito all’ospedale di Livorno, in attesa di trasferirlo verso uno dei molti campi di detenzione distribuiti nel territorio del Reich. La notizia della cattura e dell’imminente deportazione arriva fino a Pelago per mano di una postina, che recapita alla famiglia Pieraccioni una cartolina spedita da Serafino dall’ospedale militare. Allo sconforto della famiglia, Giovanni reagisce con la decisione di tentare una missione pericolosissima per le condizioni ambientali dell’epoca: attraversare da renitente alla leva tutta la Toscana, da Pelago a Livorno, aiutare il fratello a evadere dall’ospedale labronico e restituirlo ai familiari.

«Fu in questo momento che decisi, come mio dovere era di rendermi responsabile delle necessarie iniziative che la situazione imponeva di prendere. Dissi al padre di provvedere un qualsiasi mezzo per partire immediatamente per Firenze e successivamente per Livorno. Fu con un piccolo calesse tirato da un cavallino il quale padrone disse ci avrebbe portati alla periferia di Firenze e qui lasciati, essendo il cavallo e il giovane conducente in pericolo di venire requisito dai tedeschi, che già molte stalle avevano subito di queste azioni. Così fu iniziata la partenza e verso le ore diciotto della sera si arrivò a Rovezzano e da qui il conducente tornò indietro, attraversammo l’Arno con la barca chiamata nave di Rovezzano». Ha inizio così un’avventura che porta Giovanni ad attraversare Firenze sferzata dai colpi di mitragliatrice degli occupanti, Pisa devastata dai bombardamenti alleati al pari di Livorno, che si presenta come soffocata in un’atmosfera spettrale: «Ci incamminammo verso il mare in una Livorno deserta e tanto triste dove si vedeva grandi crateri fatti dalle incursioni aeree. Arrivammo alla sede del comando tedesco, salimmo alcuni gradini del portone, ed entrammo».

Giovanni riuscirà nella sua impresa: complice l’inesperienza delle giovani reclute impiegate dai nazisti a guardia dell’ospedale militare, riuscirà a strappare Serafino al destino dei lager, e a ricondurlo fino al podere di famiglia a Pelago, dove attenderanno insieme ancora per molti mesi la fine della guerra.
 

Il diario di GIOVANNI GRAZZINI
 

Mi misi a giocare con i soldati ragazzini, così riuscii a entrare
La città semi deserta e distrutta dai bombardamenti, il coprifuoco e la paura delle ronde, poi la commozione del ritorno

Verso le ore undici sentii una voce sommessa che chiamava ripetutamente e riconobbi la voce dell’anziano portiere dell’ospedale il quale mi cercava, io gli andai vicino e appena mi vide, disse che per quella notte non si poteva far nulla di quello fissato essendo impossibile per il servizio di severa sorveglianza che le ronde dei tedeschi facevano dentro l’ospedale. Si rimase d’accordo che il lavoro sarebbe stato fatto la notte successiva, e detto questo egli mi lasciò.Non potendo uscire per il coprifuoco mi misi a sedere in una poltroncina con lo sguardo fisso a l’orologio e pensare come e cosa fare per il compito da me prefisso.

Già in piazza stazione avevo visto una pensione aperta al servizio e che sarebbe stata utile a un bisogno di posto nascosto per noi. Verso le ore una entrò in sala d’aspetto dove mi trovavo un alto ufficiale tedesco accompagnato da due attendenti, così io li definii vedendo con quanta rigidezza essi si tenevano davanti a questo superiore, mentre io cercavo di farmi un pensiero chi potesse essere, sentii in lontananza il passo cadenzato della ronda notturna in servizio in una città dove a chi non avesse un permesso dalle autorità tedesche non poteva la notte uscire e sentivo il passo sempre più avvicinarsi. Osservai che l’ufficiale seduto su un divano dalla grandezza per tre persone si era addormentato, mentre i suoi attendenti si erano seduti davanti scostati indietro come senso di riguardoso rispetto. Ora sentivo che il rumore dei passi si faceva sempre più vicino e il mio cervello mi dette l’iniziativa di farmi alzare da dove ero e andai a mettermi seduto al fianco di questo alto ufficiale e chiudendo gli occhi mi abbandonai come può fare un dormiente.

Sentii i passi della ronda tedesca entrare in sala e capii che erano due soldati, essi si avvicinarono e vennero a fermarsi davanti a me (qui i secondi furono molto lunghi) dalla loro posizione ferma mi resi conto che stavano osservandomi e indecisi per il controllo da fare a me, che per la vicinanza con l’ufficiale sarebbe stato un recare disturbo a lui e anche ai due attendenti che si erano appisolati, finalmente le mie orecchie sentirono il dietro-front e la cadenza dei passi ricominciò il loro cammino allontanandosi facendo a me mandare un sospiro di sollievo.Così passai la notte la mattina mi portai davanti a l’ospedale e mi misi ad osservare fra le case bombardate la migliore possibilità per la successiva notte per attendere con Serafino la fine del copri-fuoco. Verso mezzogiorno mi presentai all’ospedale per entrare e mi accorsi che il permesso valeva per un solo giorno e per rinnovarlo avrei dovuto ritornare pericolosamente al comando tedesco.

Qui come ho detto avanti, mi erano rimasti impressi nella mente i giovanissimi ragazzi con la divisa di soldati e mi adattai a quello che la natura sempre si presenta all’età di giovanetti appena sedicenni, i quali si trovavano pronti come tutti i ragazzi del mondo, a partecipare ad un qualsiasi giuoco che gli vien fatto, con una certa ingenua curiosità. Dopo bonari sorrisi mi misi a vuotare le cartucce dei loro moschetti e raccogliendo, aiutato da loro, la polvere da sparo ci si mise a fare dei disegni in terra dandogli fuoco, facendo curiosi effetti di girandole, ed a quei sedicenni lontani dalle loro famiglie, imponeva madre natura lo stimolo di divertirsi. A me questa confidenza con essi servì per passare dentro l’ospedale senza essere controllato, andai al letto di Serafino e gli raccontai quello che il portiere era venuto a dirmi e che la prossima notte sarebbe stata quella buona, ed all’uscita mi avrebbe trovato sul marciapiede e che davanti essendoci una casa diroccata, lì dentro si sarebbe atteso la fine del coprifuoco. Dopo essersi intesi su quello che era necessario fare uscii e camminando in una città silenziosa e disabitata mi rifugiai dentro la stazione.

Così passai la serata osservando che un solo treno viaggiava e gente pochissima, mentre le ore scorrevano e con l’esperienza della notte passata mi premunii per qualunque necessità avessi avuto bisogno di nascondermi rendendomi conto di sapere quello che era utile fare. Finalmente verso le ore due di notte mi avviai alla casa davanti a l’ospedale e qui attesi, non so quanto tempo passasse quando vidi una porticina aprirsi ed il portiere dell’ospedale accompagnando Serafino sul marciapiede e rientrò dentro, a questo punto io uscii da dove ero e Serafino vedendomi venne incontro e così si entrò in quella casa rimanendo lì aspettando la fine del coprifuoco. Quando all’alba si uscì camminando con attenzione per qualsiasi incontro ci potesse accadere, si arrivò alla pensione di piazza stazione che avevo notato. Si prese una camera e qui si passo tutte le ore per arrivare al pomeriggio e uscendo andammo alla stazione, ed alle ore 17 circa partimmo. Con un viaggio a velocità ridotta facendo tutte le fermate della linea si arrivò a Firenze.Era già entrata l’ora del coprifuoco, si accordò di passare la notte nella sala del ristorante e così si fece. La stazione e il ristorante erano pieni di soldati tedeschi tanto che nel locale dove si era, vestiti in abiti civili eravamo pochissimi. Si ordinò una pietanza e iniziammo a mangiare guardandosi in giro, non vedendo altri civili si ebbe il pensiero che ad una possibile ronda militare tedesca in giro sarebbe stato per noi preoccupazione molto seria a qualunque richiesta di documenti, e questo per fortuna non avvenne. Così si attese l’apertura degli sportelli e la sospirata partenza per la destinazione della stazione di S. Ellero, e alle ore sei circa si partì da Firenze.Come tutti treni che viaggiavano con fermate a tutte le stazioni e i diritti di precedenza ai convogli militari, verso le ore nove si scese dal treno ed in accordo di non fare strade, onde evitare possibili incontri pericolosi, ci incamminammo per campi e boschi assai bene conosciuti da Serafino. Avvicinandosi alla casa i nostri stati di apprensione si andavano calmandosi e così si arrivò su l’aia di casa e trovammo il fratellino minore che Serafino abbracciò, e mentre questo accadeva si sentì un grido ed un uomo, era lo zio di casa, che affacciandosi al terrazzo gridava con le braccia alzate: Serafino, Serafino!

A questo grido tutta la famiglia padre, madre, sorella, zii si precipitarono incontro a noi: qui non ho parole per descrivere altro e credo che sia giusto così, i sentimenti dei famigliari devono essere rispettati nella loro intimità. Quando fummo in casa tutti insieme, la madre di Serafino con i suoi occhi umidi di pianto mi venne incontro dicendomi cosa poteva fare per me, io le dissi che avevo una grande necessità di dormire, erano stati due giorni e due notti così impegnative e sentivo che un riposo di sonno era l’indispensabile, mi distesi sopra un letto e da quel momento fino a tarda sera non aprii gli occhi, i famigliari mi dissero che erano venuti diverse volte a vedermi, pensierosi del mio grande sonno.La realtà del risveglio mi fece pensare a quello che forse sarebbe avvenuto con l’avvicinarsi della guerra, fu da questi pensieri che decisi di ritornare in famiglia. Il tempo passato ha fatto conoscere che ad arrivare alla data dell’11 agosto 1944 (Firenze libera) mancavano circa otto mesi, molto duri per le loro rovine e i lutti che essi portarono.

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