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L’arte è un coniglietto rosa: Jeef Koons incanta Carrara
L'artista ha incontrato gli studenti dell’Accademia di Carrara: «Il contributo che puoi dare conta più della tecnica»
CARRARA. L’Ercole Farnese, nella solenne aula magna dell’Accademia, quel coniglietto gonfiabile lo osserva dall’alto del suo piedistallo. Lui, muscoli tracciati e tutto massa, sintesi dell’arte da antologia e il coniglietto leggero, quasi oggetto dimenticato. Soltanto l’aria gli tiene le orecchie ritte. Gli occhi puntati in avanti, se ne sta, quel coniglietto rosa, composto composto accanto ad un fiore colorato.
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C’è in quei due oggetti, gonfiati con la sola forza del respiro, arte. C’è - spiega Jeff Koons che li ha realizzati - l’arte che si concretizza nella relazione. Sì perché - e peccato che l’opera sia solo proiettata - c’è uno specchio su cui fiore e coniglietto poggiano. E quando tu ti avvicini quello specchio rivela: dettagli, luci, prospettive. Tue e del mondo. La relazione completa la narrazione. Il racconto lo inizia l’opera d’arte, lo termina lo spettatore.. L’arte oltre l’esperienza estetica, fino al concetto. E l’oggetto che diventa simbolo, prodotto di massa e sintesi di storia e di vita. Il ninnolo di nonna sopra il comodino, magari kitsch, ma evocativo. Keff Koons quel potere degli oggetti lo spiega agli alunni dell’accademia.
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Lui, uno degli artisti più quotati al mondo, viene insignito del titolo di accademico ad honorem. E, nel giorno in cui quel titolo gli viene conferito, illustra la sua arte a Carrara. La capacità di trovare la metafisica nell’ovvio, in quel pallone da basket che lui sospende all’interno di un aquario. In perfetto equilibrio, «a ricordarci - Koons spiega l’opera - quanto siamo fragili. Quasi feto in utero». Gli oggetti che ci lanciano un monito, ci danno la misura della brevità della vita: «Sempre pronti per l’uso, inorganici e sottratti all’usura». Come nel ciclo di opere “New”, come l’aspirapolvere che Koons negli anni ’80 chiude in una teca. Il senso della vita, la precarietà, la fine. Come nei capolavori, “Balloon dogs”, i cagnolini - a volte cagnoloni - a forma di palloncini gonfiabili. «Perché tu lo sai - spiega l’artista- che i palloncini sono precari, destinati presto a finire, a volarsene via, ma il loro valore positivo rimane. Quei palloncini che regaliamo ai bambini».
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Quel soffio che dà forma, richiama alle origini, all’essere e al non essere, all’infanzia. L’infanzia è tratto comune nelle opere di Koons, il ritorno a lui, bimbo di 3 anni che «mezzo nudo a terra disegna e scopre di saper fare qualcosa meglio della sorella». L’infanzia, l’assenza del preconcetto perché «dobbiamo provare a sospendere il giudizio». Come quel giorno in cui il figlio di Jeff lavora la plastilina, poi mostra la creazione al padre: «Voilà». Una montagna di plastilina o molto di più? Koons quella montagna la riproduce in opera d’arte. Aprirsi, senza pregiudizio come Jeff quando, durante una visita ad un museo, negli anni della scuola di arte a Baltimora, prende coscienza, quasi socraticamente, di non sapere. La tecnica, quella la possiede da quando, bambino, disegnava nudo, ma «l’arte non è tecnica, è il contributo che tu puoi dare. È apertura totale». È la capacità di guardare quel coniglietto gonfiabile anche se ti senti Ercole.
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Così eccolo Ercole, ieri, riproduzione in gesso di un’opera romana. Eccolo in veste nuova mentre, nelle istallazioni realizzate dagli studenti, si colora e gli scivolano adesso le sfere di vetro attraverso cui, nelle sue opere, Koons invita a guardare se stessi e il mondo. Coniglietto ed Ercole. Arte, in tutte le sue declinazioni.
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