Il Tirreno

La Piaggio e la città nel dopoguerra Aldo racconta scontri e successi

Nicola Maranesi
Aldo Arrighi con la moglie
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Aldo Arrighi con la moglie

In ogni negozio era esposto un cartello. C’era scritto: “Qui si fa credito agli operai della fabbrica in sciopero”

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“In ogni negozio di Pontedera avevano esposto il cartello: qui si fa credito agli operai della Piaggio in sciopero”.

In questa “fotografia” rimasta impressa nella memoria di Aldo Arrighi, c’è impressa l’Italia di settanta anni fa, un paese attraversato da contraddizioni profonde ma anche retto su valori morali commoventi, che oggi non ritroviamo più. Aldo che ancora oggi, a 92 anni, esprime una forza d’animo e una rettitudine cristallina, è autore di alcuni scritti autobiografici di grande valore storico, uno dei quali –custodito all’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano – racconta lo spaccato della vita nelle fabbriche italiane attraverso i decenni della seconda metà del Novecento.

Arrighi ha vissuto il periodo della guerra e dell'occupazione americana, l'emigrazione con la moglie a Torino alla fine degli anni Cinquanta, affrontata per migliorare le condizioni economiche della famiglia. Iscritto al PCI sin da giovanissimo, è stato attivista della sezione piemontese durante gli anni caldi tra 1960 e 1970. Ha visto e raccontato le profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali vissute dalla città nel corso di trent'anni: dal boom economico alla crisi, al clima del terrorismo. Ma ancor prima, è stato testimone del decollo, pieno di meriti ma anche di contraddizioni, di una delle aziende italiane più importanti: la Piaggio di Pontedera. È il 1951, l’Italia sta cercando di uscire dalle macerie morali ed economiche della Seconda guerra mondiale. I grandi gruppi industriali si sono riorganizzati per rilanciare la produzione e le esportazioni. La Piaggio, che in uno dei suoi rami risiede stabilmente a Pontedera in provincia di Pisa da molti anni – fatta eccezione per una breve parentesi in periodo bellico – è attivissima sul mercato. Il 29 marzo 1946 ha presentato agli italiani la “Vespa”, un nuovo mezzo di locomozione a due ruote che viene accolto con pareri discordanti. Soltanto a partire dal 1948, con l'uscita della Vespa 125, si registra il successo di pubblico: nel 1953 vengono costruite 171.200 Vespe. Nel 1947 nasce l'Ape Piaggio, il veicolo a tre ruote che entra nell'uso quotidiano, trovando varie applicazioni pratiche, pensato per le esigenze di trasporto merci nell'Italia del dopoguerra. Gli stabilimenti decollano e creano un indotto di lavoro importantissimo per la Toscana, e per le aziende minori della zona che iniziano a ricevere commesse.

Tra queste c’è la ditta Bagnoli, di Oliviero Bagnoli, che con l'ingegner D'Ascanio – il “padre” della Vespa - aveva costruito, usando il mazzuolo, la scocca del primo prototipo del ciclomotore, ai tempi in cui era dipendente della Piaggio. Uno dei pionieri dell’industria del ciclomotore in Italia. Con Bagnoli, di cui è dipendente, Arrighi ha uno scontro molto duro in fabbrica, di quelli che caratterizzano il clima dell’epoca. Gli scioperi, la richiesta di aumento dei salari, in una cornice legislativa ancora tutta in divenire, dove non esistevano leggi che regolassero il mercato del lavoro. Condizioni simili a quelle in cui siamo tornati oggi, dopo le battaglie e le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, polverizzate dalla globalizzazione e dagli errori della classe politica e sindacale. È in quel clima, dopo uno dei primi scioperi finiti male alla Piaggio, che la popolazione di Pontedera si stringe intorno ai suoi operai. “Qui si fa credito agli operai della Piaggio in sciopero” si leggeva sui cartelli esposti fuori dai negozi in città. Mentre i mezzadri organizzavano una raccolta dei loro prodotti alimentari e li trasportavano fuori dalla fabbrica, con carri trainati da buoi, per sostentare quegli uomini che si battevano per un salario e per condizioni di lavoro migliori.

Dal diario di ALDO ARRIGHI
 

«Bagnoli vogliamo l’aumento»: e se la legò al dito
L’officina forniva pezzi per la produzione della grande fabbrica. Ma la paga era di appena 30-35 lire all’ora

L’officina Bagnoli era una delle numerose aziende che a Pontedera e dintorni fornivano alla Piaggio particolari per la produzione della Vespa e dell’Ape. Lavorava inoltre per altre ditte produttrici di moto e ciclomotori (ricordo la Rumi) per le quali costruiva un gran numero di serbatoi per il carburante, marmitte eccetera. L’officina aveva sede in un capannone situato a circa duecento metri dall’ospedale Lotti, sul lato destro di quella breve via oggi intitolata a Filippo Turati che dalla via Roma porta all’attuale parcheggio per auto. Vi lavoravano un no’ più di 40 addetti che, ad eccezione di tre o quattro quaranta-cinquantenni erano tutti giovani, anzi giovanissimi che non potevano dirsi apprendisti perché tutti addetti a lavori di serie, ripetitivi.

Da loro, buona parte dei pezzi usciti dagli stampi, venivano rifiniti manualmente, con il martello, con ritmi frenetici. Sfuggivano a questi ritmi i due o tre addetti alla costruzione e alla manutenzione degli stampi e due o tre specializzati, tra i quali c’ero io, per lo più incaricati di lavori di esperienze per conto della Piaggio e più precisamente per l’inventore della Vespa, l’ingegner D’Ascanio, che studiava continuamente modifiche e innovazioni e poi faceva costruire da noi i suoi prototipi. Dopo tanti lavori precari a Livorno presso imprenditori che spesso non avevano il becco di un quattrino, ero approdato lì a venticinque anni, assunto in data 8 gennaio 1951, dopo alcune settimane di prova, come praticante capo officina.

La paga provvisoria era stata fissata in lire cento allora, già apprezzabile se confrontata con i salari del tempo. I giovani apprendisti prendevano 30-35 lire all’ora. Erano passate appena appena poche settimane dalla mia assunzione regolare nalla ditta Bagnoli che la Piaggio licenziò il segretario della commissione interna Gino Frosini. Immediatamente la Fiom proclamò lo sciopero ad oltranza nello stabilimento e, dopo alcuni giorni, lo sciopero generale di due ore, dalle ore 10 alle ore 12, nelle altre aziende. Parlai subito con alcuni dei giovani dei più svegli (ricordo Alberto C. di Montecalvoli e Sauro B. di Palaia) i quali mi dissero che lì dentro non avevano mai fatto sciopero e che temevano la reazione di Bagnoli. Mi sentii nei guai. Potevo io non protestare per quel licenziamento di rappresaglia, uno dei primi in tutta Italia? Potevo io mettermi a fare il crumiro? Pensa e ripensa non trovai altra soluzione che andare da Bagnoli a dirle, pochi minuti prima delle 16, che uscivo per andare alla manifestazione.

Bagnoli sorpreso, non disse una parola, ed io uscii, da solo, perfettamente cosciente che mi stavo giocando quel posto di lavoro del quale avevo un gran bisogno e raggiunsi piazza Belfiore (oggi piazza Andrea da Pontedera) davanti alla Camera del Lavoro. Ero li da pochi minuti quando vidi arrivare, tutti sorridenti per essere riusciti a prevalere sulla paura, una ventina dei giovani della ditta. Nel pomeriggio Bagnoli, che intanto si era informato sulla mia attività politica a Crespina, mi chiamò in disparte e mi disse che non voleva che la Piaggio, che le dava lavoro ,sapesse che da lui c’era un "agitatore". Le risposi che non mi divertivo a fare "l’agitatore" e protestare contro una prepotenza era un diritto democratico. Pareva che la vicenda fosse conclusa, ma sapevo bene che non era così. I giovanissimi "apprendisti" della Bagnoli avevano fatto un buco nel ghiaccio e quelle misere 30-35 lire all’ora per un lavoro di serie senza respiro, diventavano sempre più intollerabili. Volevano chiedere un aumento di salario. Alberto e Sauro, giovane attivista della parrocchie di Palaia, erano tra i più animosi. Venivano da me e mi chiedevano di aiutarli. Ed io, spiegato che avevo un piede dentro e uno fuori dalle ditta, cosa potevo dir loro? - Mettetevi d’accordo e chiedetelo. 

Loro insistevano: Ma devi venire anche tu - Infine promisi : - Verrò me dovete parlar voi.- Sapevo bene che anche se non andavo in ufficio "l’agitatore" sarei stato pur sempre io. Andarono tutti in ufficio ma rimasero tutti zitti. Bagnoli domandò più volte cosa volevano e nessuno fiatò. Alla fine dovetti dire io: - Bagnoli, questi ragazzi chiedono un aumento di paga - Bagnoli era furente. L’aumento, se pur in modo discriminato, lo accordò; e certuni anche consistente. A me disse: - Di lei me lo lego ed un dito! Non mi licenziò subito. Divise i giovani in due turni alternati: uno dalle 6 alle 14, l’altro dalle 14 alle 22. Di un turno ero responsabile io, l’altro era diretto da lui. Mise nel mio gruppo tutti i ragazzi più docili e nel suo quelli più svegli, quelli che potevano essere più influenti. Con questi, che abitavano anche in paesi distanti, ci potevamo vedere solo al cambio di turno, lui presente. Andammo avanti così per vari mesi. Ad ottobre mi venne un’influenza e mi inviò a casa la lettera di licenziamento. Quando andai a ritirare il libretto di lavoro ci scontrammo.

Lui disse: - Glielo avevo detto che me la ero legata ad un dito. I ragazzi della Bagnoli mi riservarono tutti la loro amicizia. Per anni, mentre lavoravo in un’altra azienda di Pontedera, molti di loro venivano a salutarmi alle stazione degli autobus; ma come prevedevo, non riuscirono nemmeno a protestare. Non c’erano leggi alle quali appellarsi. A Pontedera il mio licenziamento ebbe un’eco nel PCI e nel sindacato ma la città era demoralizzata dal fallimento dello sciopero alla Piaggio e il mio ere un piccolo episodio, avvenuto in una delle tante aziende minori dell’indotto. Il lunghissimo sciopera alla Piaggio era terminato con la sconfitta della FIOM nonostante la solidarietà attiva delle zone. Ogni negozio di Pontedera avevano esposto il cartello: "Qui si fa credito agli operai della Piaggio in sciopero""; nonostante che, in una vasta area intorno, i mezzadri avessero organizzato una raccolta dei loro prodotti alimentari e li portassero in città con lunghe teorie dei loro carri trainati da buoi. Alla fine solo trecento operai erano riusciti a resistere. Rientrarono al lavoro tutti insieme, cantando. Iniziava un lungo periodo di repressione nelle fabbriche di tutta Italia.

Ma fuori delle fabbriche in Toscana si respirava ancora aria democratica. Dal libretto di lavoro risulta che venni assunto dalla ditta Panicucci e Fallani in data 10 marzo 1952, era un’officina che aveva le stesse dimensioni di quella di Bagnoli, una quarantina di addetti, un lavoro in serie per la Piaggio. Era il clima dell’ambiente ad essere ben diverso. Il salario era modesto. In quegli anni ottenemmo, senza mai rompere i rapporti umani, vari aumenti di paga. Sempre condizionati dai bassi salari dell’industria principale, nell’indotto non era possibile ottenere un gran ché. L’ultimo lavoro che feci a Pontedera fu quello di costruire la parte in lamiera del prototipo di un nuovo modello di "Vespa", la "Vespa Gran Sport". Mi licenziai nell’ottobre 1956, pochi giorni prima di partire per Torino. Nel salutarmi tutti i titolari mi dissero: se ti trovi male, ricordati che puoi tornare in qualsiasi momento.

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