Il Tirreno

il personaggio

La badante livornese e il babbo filosofo guidano Alice nella sua città ritrovata

Ursula Galli
La badante livornese e il babbo filosofo guidano Alice nella sua città ritrovata

Livorno, “Niente caffè per Spinoza” è il romanzo di esordio, diventato un best seller, della affermata musicista e scrittrice Cappagli che dopo tanti anni lontana è tornata a Livorno e ha ricucito con leggerezza o memorie e suggestioni

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LIVORNO. Suo padre Giuliano Cappagli, docente di filosofia e storia, non vedente, ha insegnato al Liceo Classico Niccolini Guerrazzi dal 1950 al 1986, e lo ricordano intere generazioni di livornesi. La figlia Alice Cappagli (nata nel 1960, di professione violoncellista del testo alla Scala in tourné nei teatri di tutto il mondo, laureata in filosofia, collaborazione con l’Università Statale di Milano) ne ha fatto il personaggio principale dello smagliante romanzo “Niente caffè per Spinoza”, Einaudi. Un libro che è un vero best sellers, grazie a ottime recensioni ma soprattutto a un passaparola tra i lettori. La storia apparentemente semplice, ma folgorante, si snoda attraverso i rapporti tra un padre anziano e malato e una figlia distante, il tutto visto dagli occhi di una badante livornese. Quest’ultimo è uno sfaccettato personaggio di donna livornese, di pochi studi e esistenza umile, che impara molto di sé e della vita leggendo per il suo assistito, cieco, stralci dei suoi amati libri di filosofia. Sullo sfondo, o meglio, nel mezzo a tutto questo, Livorno, con la sua luce particolare e unica, con il mare, il vento che viene e va quando vuole, la villa Fabbricotti ombrosa, le botteghe di quartiere che resistono nonostante i grandi stranianti centri commerciali in periferia. Il tutto raccontato con una scrittura immediata, delicata ma non sdolcinata, senza fronzoli ma capace di penetrare nell’intimità di personaggi e situazioni.

Alice, com’è nato questo libro, e si aspettava un successo così grande?

«Intanto non mi aspettavo nemmeno che me lo pubblicasse una casa editrice così importante, sono un’esordiente nella narrativa, avevo scritto solo qualche racconto e testi di estetica per l’università. Non pensavo di diventare scrittrice. Invece due anni fa si è scatenato qualcosa, ho avuto bisogno di ripensare a Livorno».

Che cosa rappresenta per lei, Livorno?

«E’la città che avevo lasciato poco dopo essermi diplomata al Mascagni e aver vinto concorsi che mi hanno portato a Milano e poi in giro per il mondo. Livorno è il mio grandissimo amore che non mi è mai passato. Livorno è la città dove era rimasto ad abitare mio padre, la mia figura di riferimento. Ogni volta che tornavo non era solo per la città ma per l’unica persona che mi era rimasta (mia madre è scomparsa quando avevo 19 anni). Lui malato, solo, a Livorno, identificava il mio vissuto, il mio mondo. Quando è morto mio padre, ho venduta la casa, non volevo più venire a Livorno, diventata per me una città di ombre».

E poi?

«Ho avuto bisogno di parlare della mia città, anzi di ricostruirmela, e qui ora ho comprato una casa».

Oltre che di Livorno con il suo libro ha avuto bisogno di parlare di suo padre. Com’è stato crescere con un padre così impegnativo, con una grande cultura e una grande disabilità?

«Ho avuto il privilegio di vedere come vive un filosofo. Era un professore d’altri tempi, molto rigoroso e distaccato apparentemente, però con i suoi studenti aveva un rapporto profondo, a casa c’era sempre il viottolo di allievi ed ex allievi che volevano continuare a parlare con lui. Con me non si perdeva tanto, non mi trattava come una bambina, però si fidava di me quando lo guidavo nelle sue passeggiate, ha perso la vista molto presto. C’è stato un buco nero nei nostri rapporti quando nell’adolescenza lui stava male e io pensavo ai fatti miei, preferivo la musica a tutto il resto, quasi una sorta di separazione. Mia madre morì che avevo 19 anni, si trovò di colpo solo con me, a ricostruire un rapporto molto burrascoso».

Deve essere stato un periodo duro e doloroso...

«Io non ero disposta ad accudirlo, a cucinare per lui e basta. Lui è stato eroico perché mi ha consentito di lasciare Livorno per seguire la mia strada di musicista, per vivere la mia vita. Sono stata criticata pesantemente dai nostri conoscenti perché lo avevo lasciato solo, glielo dissi e lui mi rispose: “Se non ti avessi lasciata andare avrebbe voluto dire che non ti volevo bene”. Così io ho continuato la mia vita, lui ha continuato a criticarla ma in modo delicato, non invadente, mai una scenata, mi ha sempre aiutata. Ho scritto questo libro per riconciliarmi con lui, o forse con me stessa per come mi ero comportata con lui, e per ricostruirmi Livorno, la città che quando ero piccola era molto familiare, amica, raccolta, per me delimitata essenzialmente nel quartiere Fabbricotti. Mi conforta vedere che in fondo non è molto cambiata».

La filosofia è l’altra grande protagonista del libro. Che cosa rappresenta per lei?

«È l’eredità di mio padre, ma anche lo strumento che mi ha aiutato in momenti difficili della mia vita. Il desiderio di studiarla è nato in maniera strana. Ero una musicista affermata, ma ebbi una vera crisi di coscienza perché non trovavo più un senso in quello che facevo, mi sembrava assurdo in particolare che un bene di cui tutti dovrebbero fruire gratis costasse troppo e fosse accessibile quindi per pochi eletti. Studiare estetica e filosofia musicale all’Università mi ha riconciliato con il mio lavoro. La seconda crisi è stata religiosa, non mi ritrovavo più nella religione che mi avevano insegnato fin da piccola. Ho voluto studiare le grandi religioni dall’Islam, e le linee principali del pensiero orientale, passando per la mistica del’500, per capire che il cristianesimo è la religione in cui mi riconosco, perché è l’unica che parla dell’amore e del rapporto con il totalmente altro».

Con questo bagaglio di conoscenza ed erudizione che ha, sembra impossibile che il suo libro sia così agile, sappia essere profondo con tanta (apparente) leggerezza.

«Come diceva Schopenhauer, “la chiarezza è l’onesta dei filosofi”, vuol dire che quello che hai capito lo hai capito bene. Con questo non voglio dire che io sia un filosofo, ma ho vissuto molto e ho vissuto cose molto pesanti e tutto questo si è sedimentato, così che il mio libro forse riesce a dire qualcosa di trasversale, comprensibile sia dal bambino che dalla nonna. Cioè che anche nella debolezza, nella malattia, nella cecità, ci può essere qualcosa di positivo. Ecco, credo che questo sia il messaggio che forse il mio libro riesce a trasmettere». –


 

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