Il Tirreno

Un migliaio di cittadini contro un esercito, la resistenza di Livorno agli austriaci

GABRIELE PAOLINI
Un migliaio di cittadini contro un esercito, la resistenza di Livorno agli austriaci

Una pagina eroica del Risorgimento: si aprono le celebrazioni dei 170 anni dai moti indipendentisti nel maggio 1849 

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la nostra storia

GABRIELE PAOLINI

Il 10 e 11 maggio ricorrono i 170 anni della resistenza di Livorno contro le truppe austriache, intervenute per soffocare uno degli ultimi baluardi dell’indipendenza e della democrazia nell’Italia che stava vivendo la parabola finale della prima guerra del Risorgimento. Non si trattava soltanto di un’affermazione orgogliosa della città, ribelle per antonomasia, già ostile al granduca, ai governi liberali di Cosimo Ridolfi e Gino Capponi, non troppo disciplinata neppure nei confronti del concittadino Francesco Domenico Guerrazzi, fattosi dittatore e rovesciato dalla municipalità fiorentina per richiamare sul trono i Lorena.

La resistenza vide impegnati per due giorni poco più di 1.000 uomini contro una forza di circa 12.000 soldati dell’esercito austriaco, perfettamente equipaggiati, guidati da ufficiali di carriera e con molti pezzi di artiglieria. I difensori disponevano di un armamento raccogliticcio e non avevano esperienza bellica, anche se alcuni se l’erano fatta sulle pianure lombarde un anno prima, come i fratelli Andrea e Jacopo Sgarallino. Proprio i loro cimeli e lo straordinario rapporto con Garibaldi saranno oggetto di una mostra a Palazzo Orlando, da sabato prossimo al 26 maggio.

Chi erano dunque quegli uomini decisi a un’impresa dall’esito tanto scontato quanto pericoloso? Si trattava di membri dei battaglioni volontari, di antica e recente costituzione, ma anche di parecchi lavoratori improvvisatisi combattenti. Se la maggioranza era livornese, non mancavano rappresentanti di molte località toscane, dell’Italia centro-settentrionale e persino francesi. Un piccolo esercito espressione di quel popolo mobilitatosi nei mesi precedenti per la repubblica e la democrazia e che di esse e per esse voleva lasciare una testimonianza tangibile, secondo un’aspirazione dominante nelle contemporanee esperienze di Roma, Venezia e di altre realtà europee, fucine di ideali e valori dal percorso ancora lungo e accidentato ma capaci di arrivare sino a noi.

Per tali ragioni la sezione di Livorno dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, il Comitato livornese per la promozione dei valori risorgimentali e la Domus Mazziniana di Pisa, insieme ad altri enti e istituzioni, promuovono oggi e domani un convegno internazionale di studi che aprirà le celebrazioni del Maggio e tratterà la resistenza labronica inserendola in un più ampio quadro. Studiosi provenienti da Università italiane ed estere ricostruiranno aspetti vari di quel Quarantanove così intenso e drammatico, represso dall’assolutismo regio ma destinato a lasciare una traccia indelebile e feconda.

In Francia la Repubblica proclamata appena un anno prima vide l’affermazione di Luigi Bonaparte e di un modello autoritario dai tratti sorprendentemente moderni. Nell’Ungheria, già insorta contro il dominio asburgico, la lotta per l’indipendenza avvenne all’insegna di una grande mobilitazione popolare animata da Lajos Kossuth, amico fedele della causa italiana. Dal nostro paese non mancarono i volontari, guidati dal colonnello bresciano Alessandro Monti, così come c’erano ungheresi a difendere Venezia. Per sconfiggere il governo di Budapest occorse il massiccio esercito della Russia zarista e una repressione ferocissima.

Nella Roma repubblicana di Giuseppe Mazzini e Goffredo Mameli, piegata solo dall’intervento della Francia bonapartista, si elaborò una Carta fondamentale che non fece in tempo a entrare in vigore ma divenne un modello per il costituzionalismo del Novecento. L’eredità del 1849 passa anche attraverso la letteratura, con i romanzi “Cento anni” di Giuseppe Rovani, le “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo e i racconti di due grandi interpreti dell’animo femminile: Caterina Percoto e Luigia Codemo. Tra gli altri temi oggetto del convegno, l’atteggiamento dei moderati toscani, le modalità con le quali i governi rivoluzionari tentarono di far fronte alle drammatiche urgenze delle finanze e le innovative forme di mobilitazione delle donne in città come Livorno, Roma e Venezia.

Alla luce di tale contesto, si apprezza ancora di più l’impegno dei difensori del Maggio labronico; combattenti valorosi, certo, ma anche individui politicamente consapevoli e interpreti di un moto di ascesa e riscatto sociale che interessava già buona parte del Vecchio Continente. —

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