Attenzione
Giuseppe, emigrato dalla Sicilia a Prato alla ricerca di dignità e diritti
Sparacino lasciò la sua terra nel 1960: «Non c’è differenza fra la mia migrazione e quella di questo ultimi anni»
Era l’inizio del millennio, quasi vent’anni fa quando Giuseppe Sparacino, siciliano emigrato a Prato nel 1960, affidava alle pagine della sua memoria, depositata all’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, una riflessione che oggi più di allora rimbomba nelle nostre orecchie.
«Voi non ci crederete – scriveva Sparacino – ma io ho lasciato la mia Sicilia, il mio dialetto, i miei amici, i miei parenti per passare da oggetto a soggetto; c’è una semplicissima “S” di mezzo. Come facevo, allora, a spiegare a mia madre, che emigravo per una “S”? E non per andare a fare fortuna? Che il problema non era accumulare un gruzzoletto, quando per loro il gruzzoletto era fonte di sicurezza, di vita e di certezza basilare? Tutto questo avveniva nel 1960. E ora? E ora!? Nelle baracche dove sono ammassati i nuovi emigrati, di tutte le razze e colori, che cosa succede? Come vivono? Di che cosa hanno riempito la loro valigia? I loro parenti, i loro amici saranno andati a salutarli al torpedone? Le loro mamme avranno pianto, il pianto straziante della separazione dai loro figli? Il loro viaggio sarà stato disperato tra i disperati? A mio modo di vedere... la naturale aspirazione dell’uomo a cercare spazi di sopravvivenza umana e civile non ha epoche; prima lo si capirà, e prima vivremo meglio nel nuovo contesto di globalizzazione, dove il mondo diventa sempre più piccolo e l’uomo sempre più cosciente di essere uomo. Qual’è, mi domando, la differenza tra la mia emigrazione, tra l’emigrazione dei ventisettemilioni di emigranti italiani del secolo scorso e gli attuali emigranti dalla Nigeria o da qualsiasi altro angolo della terra? Non c’è nessuna differenza! L’unico denominatore comune è: la fame, l’emancipazione, i diritti; i diritti, che dovrebbero essere, sempre, diritti di tutti e mai privilegi di pochi. La differenza è solo temporale: i carri bestiame di allora si equivalgono con le carrette del mare di adesso. Le ingiurie, i modelli di accoglienza sono uguali e gli immigrati di oggi sono uguali agli immigrati italiani nel mondo di trenta, cinquanta o ottant’anni or sono e... saranno uguali a tutti coloro che emigreranno per fame e per sete. E che ci piaccia o no, finché non sarà soddisfatta la fame e la sete dei paesi più poveri, con qualsiasi mezzo legale o illegale, a rischio della vita, con arroganza o con umiltà ci sarà sempre gente che cercherà di venire a raccogliere le briciole del nostro spreco e a bere l’acqua delle nostre fontane».
C’era arrivato quasi vent’anni fa Giuseppe Sparacino, nato a Sambuca di Sicilia, Agrigento, nel 1943, emigrato nel 1960 a Prato per lavorare come operaio, prima edile poi in una filanda. Aveva visto con lucidità quello che ancora oggi molti si ostinano a non vedere. Prima della cosiddetta Primavera Araba, prima dello scoppio della guerra in Siria, prima della congiuntura che ha determinato l’esplosione dei flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa. Dal 2003, quando Giuseppe scriveva le sue memorie, al 2010 l’Italia riceveva via mare 144mila immigrati, contro gli oltre 800mila del settennio successivo (2011-2018). La data spartiacque che ha segnato l’inizio di un’accelerazione senza precedenti dei flussi migratori nella rotta del Mediterraneo Centrale (Libia-Italia) è il 3 ottobre 2013. Quando al largo di Lampedusa 368 immigrati sono morti annegati a causa di un’avaria a bordo del barcone che avrebbe dovuto portarli verso una vita migliore. Circa 10 anni prima, Giuseppe Sparacino aveva previsto che un istinto di sopravvivenza insopprimibile avrebbe portato quelle folle di disperati sui barconi della morte. E ancora oggi che ci portiamo le vittime del 3 ottobre 2013 sulla coscienza, e le migliaia di altre vittime note e ignote spirate sul fondo del Mediterraneo negli ultimi 20 anni, c’è chi si ostina a non vedere.
Il Diario di GIUSEPPE SPARACINO
Ero operaio sottofilatore e toccavo il cielo con un dito
L’arrivo in Toscana e il nuovo lavoro imparato con grandi sacrifici: «Ho scritto a mio padre che fosse orgoglioso di me»
Emigrare significava lasciare tutto, tutto... e si partiva pensando che era facile lasciare tutto. Sembrava che niente vi fosse da salvare e che tutto era oltre lo stretto di Messina.
Lasciare la Sicilia
Il giorno prima della partenza, tutti vennero a salutarmi: i parenti e gli amici più stretti vennero la sera tardi, quasi a volere stare insieme fino all’ultimo minuto. Le sorelle di mia madre, zia Maria e zia Fanì, sono rimaste lì tutta la notte; finito il rito della valigia nessuno aveva sonno. Alle 5.30 l’ora di uscire di casa; l’ora di lasciare tutto; l’ora di portarsi tutto con quella mitica valigia; anche le lacrime di quel momento. Ci avviammo verso l’autobus: mi accompagnò mio padre. Lì, ad aspettare, trovai alcuni amici che erano tornati a salutarmi. Autobus pieno zeppo, ultimi saluti, si parte! Arrivammo alla stazione di Palermo verso le 9.30. Il biglietto ferroviario per Calenzano costava ottomila e cento lire. Fatto il biglietto, ci avviammo per salire sul treno, in cerca di qualche posto a sedere: una calca, una rissa, un pigiarsi inimmaginabile. Sembrava che i siciliani volessero scappare tutti in quel giorno e con quel treno. Valigie, montagne di valigie, i compartimenti pieni di valigie, i corridoi pieni di valigie, i bagni traboccavano di valigie, e altri sopra i marciapiedi che dai finestrini continuavano a porgere valigie, e tutti di corsa che vociavano, si affannavano per non perdere il treno e accatastavano valigie. Bisognava partire non si poteva fare la figura di chi aveva perso il treno. Altrimenti che cosa avremmo fatto? Saremmo tornati in paese a rifare il rito dei saluti? Bisognava partire! E dai, pigia e mena, come dicono a Prato, partimmo. Come raccontare il viaggio!? 24 ore, il treno Palermo-Firenze ci metteva 24 ore e fino a Cosenza ad ogni stazione saliva altra gente e ancora valigie e ancora altra gente e ancora pacchi legati con lo spago e l’odore del formaggio pecorino che si estendeva per tutto il vagone e si mescolava all’odore degli uomini. Uomini, o bestie; bestie, meglio dire che eravamo bestie in viaggio. Fortunatamente appartenenti alla stessa specie, alla stessa razza di poveri diavoli disperati.
Eccomi a Calenzano
Giungemmo a Firenze stanchi e assonnati, prendemmo il treno per Calenzano dove trovammo dei paesani ad aspettarci alla stazione. Abbracci e baci, ci chiesero notizie del paese, ci caricammo le valigie sulle spalle e ci incamminammo verso il Nome di Gesù, che è una frazione di Calenzano, a circa un chilometro dalla stazione. Lì c’era un appartamentino di due stanze, un piccolo ingresso, un piccolo bagno senza né vasca né doccia, solo il vaso in un angolo e il piccolo lavandino. Una cucina a legna che funzionava anche per riscaldare la casa. Era un appartamentino preso in affitto da un mio paesano che poi diventerà mio suocero. Nella camera dormivamo in quattro: mio zio Giuseppe con un lettino sulla parete sinistra rispetto alla porta, Domenico con un lettino sulla parete destra; mentre sulla parete di fronte dormiva mio zio Gaspare che con il mio arrivo ha dovuto stringersi. Ad andare in bagno facevamo a turno, lo stesso per lavare i piatti; per la doccia andavamo la domenica mattina ai bagni pubblici a Calenzano in dei locali sotto strada, vicino al Comune. Ricordo che insieme a noi c’erano tantissimi calenzanesi; ci mettevamo in coda, entrava un gruppo nelle docce, e dopo qualche minuto, l’addetto alla gestione chiudeva l’acqua calda; si sentiva un brontolio generale. Ci dava un’altra spruzzatina d’acqua calda e si usciva dalle docce.
Nel cantiere edile
Lo, mio zio Giuseppe, Domenico, Andrea, andavamo a lavorare a l’Indicatore per una impresa edile pratese; era il mese di gennaio; si andava a lavorare in bicicletta; faceva un freddo boia; se si buttava un secchio d’acqua ghiacciava immediatamente; ghiacciavano le mani, si lavorava duro. Alle cinque della sera precise, però, si smetteva e segnavamo in maniera precisa e meticolosa le ore di lavoro. Il lavoro veniva regolarmente assicurato e puntualmente retribuito in funzione di un contratto di lavoro. La classe operaia delle fabbriche del nord; la classe operaia delle grande battaglie per la conquista dei fondamentali diritti di cittadinanza, della quale sentivo parlare in Sicilia, ora l’avevo accanto; mi stava vicino; la toccavo con mano. Ero a Prato, quale migliore realtà per diventare operaio tra gli operai? Dopo sei mesi di lavoro con la stessa impresa edile decisi di cambiare lavoro, di andare a lavorare in fabbrica. Come fare? Cosa fare? C’era da imparare un mestiere; non potevo permettermi di andare a fare l’apprendista perché avevo bisogno di guadagnare. Mio zio Gaspare faceva il barbiere alla Chiesa Nuova di Prato e tra i clienti c’era uno che aveva una piccola filatura; gli chiese se potevo andare a imparare alle filande dopo cena; la risposta fu positiva: anche perché in quel periodo c’era tanto bisogno di operai filatori. Tutte le sere, dopo aver fatto una giornata da manovale muratore, tornavo a Nome di Gesù in bicicletta; cenavo; mi rimettevo in bicicletta e andavo in quella filatura alla Chiesa Nuova; stavo ad imparare alle filande fino a mezzanotte, l’una.
Operaio filatore
Ho fatto questa vita per tre mesi; quando ebbi imparato a riprendere i fili mi hanno assunto come sottofilatore in una piccola filatura a La Macine, una frazione di Prato. Ho toccato il cielo con un dito; ero diventato... operaio sottofilatore. Ho scritto, in quel tempo, una lunga lettera a mio padre, piena di orgoglio per me, ma perché anche lui fosse orgoglioso di suo figlio. Rispetto a tutta l’esperienza precedente, lavorare in filatura, riprendere fili, levare una fusata, era come fare una passeggiata, un divertimento, si lavorava dentro, le mani non screpolavano, eravamo riparati dal freddo, dalla pioggia, dal sole cocente, cosa pretendere di più?! Correvo, saltavo, cosa volete che fosse mettere i subbi sul carrello della filanda, senza dover far scale a pioli e caricare oggetti pesanti?! Era un divertimento, "una... cugliuniata" . Erano filande da 580 fusi divise in due ali, a levare la fusata si mettevano due da un lato e io solo dall’altro: alzavo i fusi e finivo prima di loro, si levavano i fusi ed era la stessa cosa! A volte, però, sentivo gli altri operai, più anziani, che borbottavano: "bada che grullo che gl’è questo!". Ma io mi divertivo, non mi faceva fatica, c’era il capo che mi dava la pacca sulle spalle, che mi trattava alla pari. Voglio dire! Quando mai mi avevano trattato così?
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