Il Tirreno

dal diario di giuseppe sparacino 

Ero operaio sottofilatore e toccavo il cielo con un dito

Ero operaio sottofilatore e toccavo il cielo con un dito

L’arrivo in Toscana e il nuovo lavoro imparato con grandi sacrifici: «Ho scritto a mio padre che fosse orgoglioso di me»

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Emigrare significava lasciare tutto, tutto... e si partiva pensando che era facile lasciare tutto. Sembrava che niente vi fosse da salvare e che tutto era oltre lo stretto di Messina.

lasciare la sicilia

Il giorno prima della partenza, tutti vennero a salutarmi: i parenti e gli amici più stretti vennero la sera tardi, quasi a volere stare insieme fino all’ultimo minuto. Le sorelle di mia madre, zia Maria e zia Fanì, sono rimaste lì tutta la notte; finito il rito della valigia nessuno aveva sonno. Alle 5.30 l’ora di uscire di casa; l’ora di lasciare tutto; l’ora di portarsi tutto con quella mitica valigia; anche le lacrime di quel momento. Ci avviammo verso l’autobus: mi accompagnò mio padre. Lì, ad aspettare, trovai alcuni amici che erano tornati a salutarmi. Autobus pieno zeppo, ultimi saluti, si parte! Arrivammo alla stazione di Palermo verso le 9.30. Il biglietto ferroviario per Calenzano costava ottomila e cento lire. Fatto il biglietto, ci avviammo per salire sul treno, in cerca di qualche posto a sedere: una calca, una rissa, un pigiarsi inimmaginabile. Sembrava che i siciliani volessero scappare tutti in quel giorno e con quel treno. Valigie, montagne di valigie, i compartimenti pieni di valigie, i corridoi pieni di valigie, i bagni traboccavano di valigie, e altri sopra i marciapiedi che dai finestrini continuavano a porgere valigie, e tutti di corsa che vociavano, si affannavano per non perdere il treno e accatastavano valigie. Bisognava partire non si poteva fare la figura di chi aveva perso il treno. Altrimenti che cosa avremmo fatto? Saremmo tornati in paese a rifare il rito dei saluti? Bisognava partire! E dai, pigia e mena, come dicono a Prato, partimmo.

Come raccontare il viaggio!? 24 ore, il treno Palermo-Firenze ci metteva 24 ore e fino a Cosenza ad ogni stazione saliva altra gente e ancora valigie e ancora altra gente e ancora pacchi legati con lo spago e l’odore del formaggio pecorino che si estendeva per tutto il vagone e si mescolava all’odore degli uomini. Uomini, o bestie; bestie, meglio dire che eravamo bestie in viaggio. Fortunatamente appartenenti alla stessa specie, alla stessa razza di poveri diavoli disperati.

eccomi a calenzano

Giungemmo a Firenze stanchi e assonnati, prendemmo il treno per Calenzano dove trovammo dei paesani ad aspettarci alla stazione. Abbracci e baci, ci chiesero notizie del paese, ci caricammo le valigie sulle spalle e ci incamminammo verso il Nome di Gesù, che è una frazione di Calenzano, a circa un chilometro dalla stazione. Lì c’era un appartamentino di due stanze, un piccolo ingresso, un piccolo bagno senza né vasca né doccia, solo il vaso in un angolo e il piccolo lavandino. Una cucina a legna che funzionava anche per riscaldare la casa. Era un appartamentino preso in affitto da un mio paesano che poi diventerà mio suocero. Nella camera dormivamo in quattro: mio zio Giuseppe con un lettino sulla parete sinistra rispetto alla porta, Domenico con un lettino sulla parete destra; mentre sulla parete di fronte dormiva mio zio Gaspare che con il mio arrivo ha dovuto stringersi. Ad andare in bagno facevamo a turno, lo stesso per lavare i piatti; per la doccia andavamo la domenica mattina ai bagni pubblici a Calenzano in dei locali sotto strada, vicino al Comune. Ricordo che insieme a noi c’erano tantissimi calenzanesi; ci mettevamo in coda, entrava un gruppo nelle docce, e dopo qualche minuto, l’addetto alla gestione chiudeva l’acqua calda; si sentiva un brontolio generale. Ci dava un’altra spruzzatina d’acqua calda e si usciva dalle docce.

nel cantiere edile

Io, mio zio Giuseppe, Domenico, Andrea, andavamo a lavorare a l’Indicatore per una impresa edile pratese; era il mese di gennaio; si andava a lavorare in bicicletta; faceva un freddo boia; se si buttava un secchio d’acqua ghiacciava immediatamente; ghiacciavano le mani, si lavorava duro. Alle cinque della sera precise, però, si smetteva e segnavamo in maniera precisa e meticolosa le ore di lavoro. Il lavoro veniva regolarmente assicurato e puntualmente retribuito in funzione di un contratto di lavoro. La classe operaia delle fabbriche del nord; la classe operaia delle grande battaglie per la conquista dei fondamentali diritti di cittadinanza, della quale sentivo parlare in Sicilia, ora l’avevo accanto; mi stava vicino; la toccavo con mano. Ero a Prato, quale migliore realtà per diventare operaio tra gli operai?

Dopo sei mesi di lavoro con la stessa impresa edile decisi di cambiare lavoro, di andare a lavorare in fabbrica. Come fare? Cosa fare? C’era da imparare un mestiere; non potevo permettermi di andare a fare l’apprendista perché avevo bisogno di guadagnare. Mio zio Gaspare faceva il barbiere alla Chiesa Nuova di Prato e tra i clienti c’era uno che aveva una piccola filatura; gli chiese se potevo andare a imparare alle filande dopo cena; la risposta fu positiva: anche perché in quel periodo c’era tanto bisogno di operai filatori. Tutte le sere, dopo aver fatto una giornata da manovale muratore, tornavo a Nome di Gesù in bicicletta; cenavo; mi rimettevo in bicicletta e andavo in quella filatura alla Chiesa Nuova; stavo ad imparare alle filande fino a mezzanotte, l’una.

operaio filatore

Ho fatto questa vita per tre mesi; quando ebbi imparato a riprendere i fili mi hanno assunto come sottofilatore in una piccola filatura a La Macine, una frazione di Prato. Ho toccato il cielo con un dito; ero diventato... operaio sottofilatore. Ho scritto, in quel tempo, una lunga lettera a mio padre, piena di orgoglio per me, ma perché anche lui fosse orgoglioso di suo figlio. Rispetto a tutta l’esperienza precedente, lavorare in filatura, riprendere fili, levare una fusata, era come fare una passeggiata, un divertimento, si lavorava dentro, le mani non screpolavano, eravamo riparati dal freddo, dalla pioggia, dal sole cocente, cosa pretendere di più?! Correvo, saltavo, cosa volete che fosse mettere i subbi sul carrello della filanda, senza dover far scale a pioli e caricare oggetti pesanti?! Era un divertimento, “una... cugliuniata” . Erano filande da 580 fusi divise in due ali, a levare la fusata si mettevano due da un lato e io solo dall’altro: alzavo i fusi e finivo prima di loro, si levavano i fusi ed era la stessa cosa! A volte, però, sentivo gli altri operai, più anziani, che borbottavano: “bada che grullo che gl’è questo!”. Ma io mi divertivo, non mi faceva fatica, c’era il capo che mi dava la pacca sulle spalle, che mi trattava alla pari. Voglio dire! Quando mai mi avevano trattato così? —

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