Il Tirreno

dal diario di angelo ferrauto 

In libera uscita nei caffè di piazza Cavour, senza stravaccarci

In libera uscita nei caffè di piazza Cavour, senza stravaccarci

La giornata in Accademia tra studio, sport e sfottò. A tavola composti o sono “bracciate. La prima volta sulla Vespucci

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Avevo imparato a fare la branda, ad allontanare di notte le cimici da essa, a lucidare le scarpe, a pulire la gavetta, a smontare e rimontare il moschetto, ad usare un goniometro, a cucire un bottone, a rammendare un calzino, a ramazzare la camerata, a tenere in ordine le mie cose e vigilare affinché nessuno me le sottraesse. Tutte cose di poco conto, lo so, piccole cose che però insieme hanno arricchito di nuovi impulsi il carattere di noi poco meno che ventenni. Avevo capito che non sempre si può fare quel che si vuole, che anzi spesso si deve fare quello che non si vorrebbe e quando non si ha voglia, ma che comunque bisogna farlo bene, questo è importante. Ma c'è di più: avevo capito che la rinuncia non vuol dire necessariamente sconfitta. Rinunciare a fare qualcosa, anche perché così ci viene imposto, non vuol dire che ci si debba sentire sconfitti. Bisogna che dentro di noi lo spirito venga educato ad accettare la rinuncia senza problemi e soprattutto senza odio. Avevo capito che le circostanze a volte ti impongono la necessità di fare delle scelte da solo, perché non hai vicini Mamma e Papà; nessuno ti dà un consiglio e tu le devi fare impegnandoti a farle nel migliore dei modi, assumendotene in prima persona le più ampie responsabilità prima di tutto verso te stesso.

Alcuni professori qualche anno prima ci avevano dato un diploma di maturità, ma questi sei mesi di vita, certamente non comodi e non trascorsi nella bambagia avevano aggiunto un tassello molto importante alla nostra maturità scolastica: in altre parole, cominciavamo a diventare uomini. In Accademia, dopo la visita medica e l'esame scritto di italiano, ripetemmo quelli di tutte le materie del primo anno di ingegneria che io avevo fatto bene.

E così il 31 agosto del 1941 divenni allievo della seconda classe dell'Accademia Navale nel corpo del Genio Navale. Il corso nel quale mi inserivo era il "Corso Squali" 1940-1943. Iniziava per me una nuova vita alla quale da ragazzo non avrei mai pensato, una nuova esperienza completamente diversa da quelle vissute fino a quel momento, molto più impegnativa sia dal punto di vista professionale che come formazione del carattere. I miei genitori non mi ostacolarono, anzi ne furono lieti, anche se la retta di mantenimento in Accademia avrebbe comportato per loro un impegno economico non indifferente. Ad esso, ovviamente, doveva corrisponderne uno da parte mia altrettanto forte, uno sforzo per cercare di non deluderli. Mi trattennero subito in Istituto senza più farmi tornare a Pola. Vincemmo il concorso in quattordici. Ci diedero il corredo necessario, la divisa provvisoria da allievo e l'8 settembre del 1941 (io avevo compiuto 20 anni da appena tre giorni) partimmo da Livorno, raggiungemmo Sebenico il giorno 11 e imbarcammo sulla Nave Scuola Amerigo Vespucci per aggregarci a quegli allievi che avendo finito la prima classe, effettuavano su di essa la crociera estiva in acque adriatiche.

L'inserimento tra i compagni di corso non fu all'inizio molto facile: noi eravamo i "pivolastri", appellativo un po' dispregiativo rispetto a "pivoli" riferito agli allievi che entravano in prima classe con concorso ordinario dopo la maturità. E quindi eravamo da "spivolare", da... sgrossare, da... sfottere. Lo sfottò, però, si svolgeva in maniera mai violenta (ricordo l'impatto coi veterani in caserma a Pola), in forma blanda, piuttosto cameratesca e bonacciona, concentrato massimamente sul fatto che noi ovviamente non sapevamo i termini marinareschi (paranco, pastecca, barra, drizza, ecc.) o tante cose di carattere navale, che loro avevano avuto modo di imparare in un anno.

Data la mia altezza non proprio da gigante, mi fu assegnato il posto di manovra alle vele di controvelaccio. È il pennone più alto rispetto al livello del mare. Arrivare lassù, mantenersi in equilibrio solo poggiando la pancia sul pennone e premendo indietro i piedi sul cavo di acciaio che fa da "marciapiede”, allo scopo di tenere le mani libere per manovrare le vele, non è una cosa che, specialmente le prime volte, si faccia senza provare una tremenda "strizza". Eppure l'abbiamo fatta, l'ho fatta ingoiando la paura! Vincere la paura, fare le cose che non si vorrebbero fare, farle quando non se ne avrebbe voglia, farle diversamente da come vorresti: tutto ciò è scuola, scuola di vita! La vita in Accademia a Livorno scorreva cronometricamente scandita dal suono della tromba, molto intensa e abbastanza dura. Sveglia alle 6,30; alle 7,30 in cortile per le bracciate, che consistevano nel sollevarsi con le sole braccia lungo un cavo sistemato a circa 45° con le due estremità piantate una sul pavimento del cortile e l'altra sulla parete del palazzo. Alle 8 prima colazione; dalle 8,30 alle 12,30 lezioni in aula; alle 13 seconda colazione seguita da ricreazione fino alle 14,30 e poi sport fino alle 16,30. Quindi, dopo la merenda, studio fino alle 19,30. Cena alle 20, poi ricreazione fino alle 21,30 ed alle 22 il silenzio.

In franchigia, così si chiama in Marina la libera uscita, ci si andava due volte la settimana, il mercoledì e la domenica, dalle 16,30 alle 19,50 perchè alle 20 si doveva essere a tavola. In quelle poche ore libere tutto quello che riuscivamo a fare era andarci a sedere in qualche caffè di Piazza Cavour o andare a mangiare un ottimo castagnaccio. Chi aveva parenti o amici in città ed aveva conquistato "turni di permesso straordinario" poteva uscire il sabato sera dopo cena. A mensa, in ogni tavolo c'era un ufficiale che vigilava sul nostro comportamento: bisognava tenere un portamento diritto senza "stravaccarci", non si poteva leggere la posta che ci veniva fatta trovare a tavola fino a quando non ci si alzava da essa, mangiando si dovevano tenere le braccia ben aderenti al corpo, usare correttamente forchetta e coltello anche per sbucciare e mangiare la frutta. Se questo non avveniva, fioccavano i giri di corsa nell'immenso cortile o i giri di barra sul brigantino. Così dicasi se durante lo studio si chiacchierava col compagno del banco vicino anzichè studiare. Ricordo che quando facevo la terza classe venne in Accademia il Principe ereditario Umberto di Savoia. Si trattenne a colazione con noi, era seduto in un tavolo vicino al mio con altri allievi e grande fu la nostra sorpresa quando ci accorgemmo che mangiava l'arancia senza usare coltello e forchetta, ma solo il coltello. A lui però non furono inflitti né giri di corsa, né giri di barra! Gli sport erano molto vari. Ovviarnente venivano privilegiati quelli a carattere marinaro, quale canottaggio per i canali gelidi della città, vela, esercitazione da palombaro, piscina con tuffo qualche volta dal trampolino di 5 metri, per il quale si provava, o almeno io provavo, la stessa "strizza" di quando salii per la prima volta su quell'alto pennone del Vespucci. Ma c'erano anche l’equitazione che ci permetteva, con molta gioia, di andare in giro per la campagna di Livorno, gli sport di atletica leggera quali salto in alto, in lungo, corsa, e c'erano infine le squadre di calcio delle varie classi.

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