Gioco
Mike Leigh, fuori dal coro cercando la verità «Rifiuto i film adulterati in chiave industriale»
Il grande regista inglese a Pisa per presentare il suo kolossal politico “Peterloo”: amo i fratelli Taviani, Vittorio De Sica e soprattutto Olmi
Un ospite d’eccezione al cinema Arsenale di Pisa: Mike Leigh, uno dei maggiori registi viventi, ha presentato il suo nuovo film “Peterloo”. Un sontuoso affresco storico, che racconta il massacro avvenuto a Manchester nel 1819, quando la cavalleria soffocò nel sangue un’assemblea popolare di 60mila persone che chiedevano il diritto di voto. Dopo la proiezione, Mike Leigh, 76 anni portati con freschezza, già vincitore della Palma d’Oro a Cannes con “Segreti e bugie” (1996) e del Leone d’Oro a Venezia con “Il segreto di Vera Drake” (2004), ha incontrato il pubblico e ha accettato di parlare anche con Il Tirreno.
Lei ha detto di aver lavorato quattro anni alla preparazione di questo kolossal politico di quasi tre ore, documentandosi su tutte le fonti storiche, i memorialisti che ne scrissero e i molti giornalisti che erano presenti quel 16 agosto a St. Peter’s Field.
«All’epoca c’erano molti giornali, radicali e di destra, ma la cosa bizzarra è che molti giornali di destra, come il London Times, che avevano corrispondenti sul posto del massacro, ebbero una posizione oggettiva e molto onesta su quanto era successo. Altri mentirono, dando la colpa al popolo, ma da due corrispondenti nacque il Manchester Guardian, a tutt’oggi uno dei migliori giornali d’Inghilterra».
Rispetto alle sue opere ambientate nell’oggi, in “Peterloo” c’è una visione più manichea tra buoni e cattivi.
«Non sono d’accordo. Non c’è differenza tra i personaggi dei miei film in costume e di quelli ambientati nell’epoca contemporanea: io osservo tutti e li rappresento con i loro pregi e difetti, in modo che il pubblico possa sentirli vicini e immedesimarsi con loro. Tutti prodotti dell’ambiente in cui vivono. E i cosiddetti cattivi è inevitabile che siano tali, perché è il mondo in cui hanno vissuto che li ha formati così».
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Le forze dell’ordine in “Peterloo” non sono certo rappresentate in modo da rimanere simpatiche.
«Ovviamente, ma rispondono a una situazione storica: il movimento radicale si ispirava alla Rivoluzione Francese che terrorizzava i potenti; quindi agiscono in maniera terribile, ma secondo loro giusta per evitare una rivoluzione. Bisogna però stare attenti a raccontare storie del genere con un approccio di questo tipo, perché si rischia di giustificare il nazismo, che la popolazione tedesca accettò per motivi simili. O il fascismo italiano».
Il suo cinema mi ricorda molto quello di registi italiani come Ermanno Olmi e i fratelli Taviani.
«Su questo sono assolutamente d’accordo. Mi considero un fratello sia dei Taviani che di Olmi. I primi, quando ero presidente della giuria al Festival di Berlino, li volli premiare per “Cesare deve morire”. Per quanto riguarda Olmi, ho scritto un saggio su “L’albero degli zoccoli” per la rivista francese Positif. Amo più di ogni altro il cinema di Olmi, che incontrai a Roma».
E nel 1997, a Ischia, lei vinse il premio intitolato a Vittorio De Sica. Trova affinità anche con lui?
«Certamente. Da bambino andavo sempre al cinema e ogni volta che mi sedevo in sala pensavo a quanto sarebbe stato bello se i personaggi che si vedevano nelle storie sullo schermo fossero sembrate persone vere. “Ladri di biciclette” è uscito nel 1948. Ecco, io sono nato nel 1943, e quello che allora non sapevo era che, quando avevo 5 anni, in qualche parte del mondo c’era qualcuno che faceva già dei film dove i personaggi erano veri: era Vittorio De Sica in Italia».
Come si fa a portare la verità al cinema?
«Per prima cosa bisogna liberarsi del metodo con cui si fa il cinema e creare un modo alternativo, personale, di come si fa un film. Il compito dell’artista, in qualsiasi arte, è osservare il mondo e utilizzare gli strumenti della sua arte, maneggiandoli per raccontarlo e costruire l’opera. Io tratto il film come un materiale plastico per forgiare la realtà che rappresento. Poi bisogna rifiutare i processi che controllano la produzione di un film in chiave industriale e commerciale».
C’è una ricetta per far entrare la realtà come ingrediente di un film?
«È fondamentale, per far funzionare un film come voglio che funzioni, trattare tutti i collaboratori della troupe come artisti. Nei primi mesi di lavoro faccio partecipare gli attori a sessioni di improvvisazione, lavorando alla costruzione dei personaggi a 360 gradi: solo con la loro collaborazione, i personaggi risulteranno vivi, reali, pronti per il disegno generale del film, che per me è sempre corale».
E se l’attore non si dimostra all’altezza?
«Sul mio set non c’è posto per attori impreparati: un attore impreparato o interpreta se stesso o recita uno stereotipo. Il mio obiettivo è esattamente il contrario: presentare personaggi originali, che devono essere unici e particolari».
Dovranno dunque prepararsi sullo storyboard?
«No. Evito il processo dello storyboard, comune nelle grandi produzioni cinematografiche: una pianificazione che non mi piace, perché suona falsa. A me piace andare con gli attori e il direttore della fotografia nei luoghi dove gireremo il film, per capire sul posto come dovrò mettere in scena e inquadrare le sequenze».
Allora dovranno lavorare alla ricerca del loro personaggio...
«In tutti i minimi dettagli relativi alla sua vita: il carattere, lo stile, la gestualità, il linguaggio, la musica che ascolta. Marianne Jean-Bapstiste, che in “Segreti e bugie” interpretava un’oculista, si era talmente preparata per questo ruolo che, alla fine della lavorazione del film, avrebbe potuto fare davvero di mestiere l’oculista nel mondo reale».
Sarà necessario provare molto...
«Per una scena di “Il segreto di Vera Drake” ricordo di aver provato 11 ore di improvvisazione, mesi prima di girarla. Bisogna accumulare tutto questo materiale imperfetto e poi lavorarlo, limarlo, confezionarlo fino a che non si ottiene il prodotto finito, cercando di evitare tutti i processi adulterati del prodotto industriale».
E le location quanto sono importanti?
«Quanto e più dei personaggi: inutile avere bei personaggi se non si muovono in ambienti che non sono vivi, che non si accordano con la storia e non hanno un’anima o un loro carattere ben formato, sia che si tratti di una casa, un piazza o qualsiasi altro posto».
“Peterloo” è un film sulla democrazia. Che cosa potrebbe insegnare ai politici odierni?
«È difficile che un film possa insegnare qualcosa ai potenti. E poi io non ho mai voluto fare film a tesi, che dessero un messaggio univoco, un insegnamento preciso. L’importante è che facciano riflettere».
Fatto sta che il suo film esce proprio in questo momento di grave crisi politica della Gran Bretagna.
«La Brexit è il disastro peggiore della storia inglese. E la colpa è di Cameron che si è voluto togliere tutti i pensieri col referendum, senza pensare che la xenofobia, la paranoia e l’ignoranza avrebbero portato a quell’esito del voto».
Lei è venuto spesso a Roma, Venezia e Napoli. Conosce anche la Toscana?
«Non sono ancora riuscito a vedere bene Pisa e a visitare la Toscana, mentre di Firenze ho un ricordo travagliato: decisi di venirci proprio l’11 settembre 2001. Tornare a Londra in aereo, quel giorno, fu una vera odissea». —
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