Gioco
«Io, Madama Butterfly livornese, in scena sul palco del teatro più bello del mondo»
Livorno, Silvia Pantani in scena venerdì nei panni di Cio-Cio-San: «A 10 anni fu il maestro di piano ad accorgersi delle mie doti»
LIVORNO. Sarà una “Madama Butterfly” essenziale ma con delle forti linee guida quella che andrà in scena venerdì 29 marzo alle 20.30 e domenica 31 marzo alle 16.30 al Goldoni, ultima opera lirica della stagione, tutta “in house” ovvero fatta in casa con regista Alberto Paloscia che del Goldoni è direttore artistico per la lirica, affiancato da Carlo Da Prato. Tanti i livornesi coinvolti nella messa in scena. Anche Cio-Cio-San, la povera Butterfly, beffata dall’americano Pinkerton, è un’artista del territorio. Silvia Pantani è nata a Castagneto Carducci e vive a San Vincenzo: ha vinto tanti importanti concorsi. Ha già interpretato il ruolo di Butterfly al Festival Alta Felicità in Val di Susa.
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In questa nuova versione il suo personaggio, come quello di Pinkerton, si smaterializza in scena come una vecchia fotografia ad indicare la dissoluzione inesorabile di 2 mondi.
«Ogni volta che fai un personaggio è sempre nuovo. Il Goldoni è il teatro più bello del mondo. Ci lavoro bene».
Come ha scoperto di avere il dono del canto?
«Strada facendo. Mio padre aveva notato la mia predisposizione alla musica, quando avevo 6-7 anni mi regalò una piccola tastiera. Non sapevo bene cosa farci ma cominciai a suonare a orecchio. A scuola di musica iniziai il pianoforte ma mi annoiavo. A 10-11 anni cantavo dietro ai dischi, cantavo e suonavo e fu il mio maestro di pianoforte che si accorse di questa mia voglia di seguire la voce con le note, mi insegnò gli accordi e da quel momento in me si accese una miccia».
Quindi l’inizio è stato con la musica leggera.
«Sì. Entrai alla scuola di musica comunale e il mio maestro Giovanni Giannini mi stoppò nello studio del pianoforte e cominciò a portarmi con sé a fare le serate fino a che mi fece conoscere Alessandra Rossi. Fu lei la mia prima insegnante di canto che mi aprì la porta del canto lirico. Studiai con lei a Grosseto fino a che non mi diplomai da privatista al conservatorio Franci di Siena. Volevo studiare canto, capivo che la mia voce andava sistemata. La musica leggera era il mio amore ma le serate erano stressanti e io avevo solo 16 anni».
Che è successo dopo?
«Dopo il diploma sono andata a studiare con altri maestri, da Paolo Washington a Firenze, a Mirella Freni che è uno dei miei miti. Il Cantiere Lirico al Goldoni è stato un altro cancello che mi ha aperto un mondo, da quel momento è come se fossi diventata un po’ figlia di questo teatro. Ora quello che mi serve è un buon agente, uno che sappia gestire le voci in un mondo difficilissimo come quello dell’opera».
Una cantante giovane deve badare più alla tradizione o alla modernità?
«C’è stato uno svecchiamento del mondo della lirica. La vecchia scuola ti insegna la tecnica, ti dà un’impronta si solidità perché su un palco non si può canticchiare. Poi però oggi i registi ti chiedono tante cose. Prima sul palco cantavi e basta, oggi corri e magari ti fanno cantare con il capo all’ingiù. Il canto deve essere moderno ma la tecnica è quella e basta».
Quanto conta la bellezza?
«Tanto come in tutti i campi. Prima ti mettevano un vestitone e stavi lì ferma. Oggi la Traviata la vogliono in sottoveste e se non sei in forma ti scartano. Scelgono quelle più belle a volte a scapito delle voci. Quando ti presenti a un’audizione devi essere al massimo, curare molto l’aspetto».
La famiglia cosa dice?
«Sono sposata da 11 anni e mio marito, che fa l’imprenditore nel settore delle costruzioni, un lavoro diversissimo dal mio, mi ha sempre sostenuto, così come ha fatto la mia famiglia prima. Non so dire cosa risponderei se mi arrivassero proposte di cantare lontano per tanto tempo. Sono molto legata a casa mia ma sono anche una donna pratica. Saprò decidere al momento». —
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