Il Tirreno

Nada, sorrisi e dolori da Gabbro al mondo: «'Il mio cuore umano' è memoria che vive»

Flavia Piccinni
Nada, sorrisi e dolori da Gabbro al mondo: «'Il mio cuore umano' è memoria che vive»

Pubblicato da Atlantide, torna il libro della musicista livornese, confessione personalissima e toccante di un’artista

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Ha il viso che sorride tutto, con quegli occhi scuri che sembrano un pozzo: dentro c’è la gioia, ma c’è anche quella malinconia particolare, che risuona nelle sue canzoni, e nei suoi scritti. Quella lieta malinconia che è così sua, e che adesso rispende nel nuovo disco “È un momento difficile, tesoro” – con il relativo tour, che arriverà il 6 aprile al Cage di Livorno – e con un libro che sfiora l’anima, che è confessione e riflessione aperta. Si tratta de “Il mio cuore umano” (Atlantide, € 22) che, uscito per la prima volta dieci anni fa, finalmente ritorna in libreria con una toccante postfazione e delle foto privatissime inedite.

«Quando l’ho riletto – spiega Nada – mi sono riconosciuta in ogni riga. Il mio cuore umano per me è la memoria, non il passato, il passato è morto, mentre la memoria è viva, sempre viva e si arricchisce continuamente di vita. E più leggevo di quella bambina, della sua vita, dei suoi sogni, più pensavo: ma io sono sempre quella cosa lì, sono sempre quella li». E poi ride, Nada, con quel suo viso meraviglioso che è rimasto intatto nel tempo. «Racconto tanti frammenti di vita, tanti momenti. Come quando una zingara fermò mia madre. Le disse che avrebbe voluto leggerle la mano, e che non avrebbe voluto nulla in cambio. Quando la zingara le prese il palmo, guardandola negli occhi cominciò a mugolare, poi le mise l’altra mano sulla pancia e in un italiano appena comprensibile le disse: signora, vi nascerà una bambina che vi darà tante soddisfazioni e voi girerete il mondo con lei. E se ne andò. Mia madre un po’ stordita gridò alla zingara di dirle il suo nome. Questa rispose di chiamarsi Nada. E mia madre si ripromise che, se avesse avuto una bambina, l’avrebbe chiamata così. Poi sono arrivata io».

Il libro è molto più di una corsa nella vita di una delle più originali cantautrici del nostro Paese, fra i momenti felici e disperati, negli attimi di vita altalenanti come quelli legati alla madre Viviana. “Il mio cuore umano” non è solo la confessione personalissima e toccante di un’artista in grado di trasformare con il suo sguardo ogni cosa. È un libro di confronto con se stessi, con le proprie passioni, con i propri limiti. E di confronto con le proprie origini. «Sotto un cielo bianco e azzurro – continua Nada – il mio paese, Gabbro, è sempre lì, in cima alla collina. La verità è che non mi sono mai allontanata da quel mucchio di case lanciate da una mano maldestra sul costone a sud del monte di gabbriccio, e che poi il vento, che lì tira sempre forte, le ha avvicinate le une alle altre. Li ci sono tutti i miei cari: e la memoria fa il suo buon lavoro, me li restituisce così chiari e vicini».

Le chiedo che cosa ricorda, della sua vita prima di tutto. E lei: «Quando chiudo gli occhi, il profumo dell’aria mi porta nella mia casa d’origine. In pochi minuti attraverso anni e distanze, momenti belli, ma anche quelli brutti e dolorosi, ed è tutto così giusto. Sono stata strappata con violenza molto presto, e come un giovane albero trapiantata da un’altra parte, poi da un’altra parte ancora, ma le radici, quelle, sono rimaste lì, e io appartengo a quelle radici che mi aiutano a sopravvivere. Mia nonna – aggiunge – si sbagliava quando mi diceva che un giorno mi sarei dimenticata. Vorrei poterglielo dire, ma forse già lo sa. Quel paese così, non esiste più. È cambiato. Ma se io mi guardo bene dentro, sento che ho bisogno d’altro».

Ne “Il mio cuore umano” c’è tutto quest’altro. Ed è un altro denso, che gronda sentimenti, lacrime e sorrisi. Ed è tutto impietosamente delicato. Struggente. «Vedi – spiega Nada – io ci tengo al mio lavoro, ma prima di tutto ci tengo a me. Lavoro, combatto e fatico. Questo è quello che faccio. Questo è quello che sono». Parliamo della situazione italiana, di quello che accade, di quanto siamo tutti anestetizzati. Parliamo anche di parità: «Perché le cose cambino – dice – basterebbe capire che uno è quello che uno fa. Io ho rispetto del mio lavoro, e penso che sia una fortuna quando questo riesce a toccare l’intimità delle persone. Ho imparato che per cambiare le cose ci vuole tempo. Negli anni Settanta c’era la voglia di essere uguali. Non era importante cosa uno indossasse, ma la libertà. Poi questo si è perso. Adesso ognuno è preso da se stesso, e così non esiste l’unione né la rivoluzione. Non è una cosa immediata, ma la parità continua a essere lontana, eppure è così semplice». Sorride ancora Nada. E penso alla citazione che apre il libro. È di un grande livornese, Piero Ciampi, quando canta: «Io non ho perduto il mio cuore strada facendo». —
 

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