Il Tirreno

il film: “a un metro da te” 

L’amore che va oltre la malattia è un po’ toscano

Ilaria Bonuccelli

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Ci sono film perfetti che lasciano indifferenti. E ci sono film imperfetti che ci parlano. Se li sappiamo ascoltare ci insegnano pure. “A un metro da te” (Five feet apart) - in apparenza un film da adolescenti - un paio di cose, se proprio non ce le insegna, almeno ce le ricorda. La prima: c’è chi convive con la malattia da quando nasce. E camminare con la morte accanto, ti fa aggrappare alla vita, contro ogni logica. La seconda: non ti rendi conto dell’importanza del contatto fisico - una carezza, una mano che sfiora, un abbraccio - fino a quando non ti è vietato. O non lo hai perso.

Se hai la fibrosi cistica come Stella e Will, a 17 anni queste cose le hai già imparate benissimo. Non c’è bisogno di qualcuno che te le spieghi. Capisci che ti può morire il tuo migliore amico prima che sia maggiorenne senza avere mai avuto la possibilità di abbracciarlo se anche lui è malato come te; capisci che ti puoi innamorare di una persona e che non potrai mai baciarla perché il modo più diretto per trasmettervi i batteri è la saliva. Sai che se ami qualcuno e ha la tua stessa malattia devi stare almeno a due metri e l’unico atto di ribellione può essere rubare un metro alla distanza.

Un film come “A un metro da te”, del regista italo-americano Justin Baldoni ci restituisce la bellezza dell’ovvio. Ci mostra la fortuna dei gesti scontati. In alcuni momenti con qualche concessione alla retorica; più spesso con realismo dovuto a due fattori. Il primo è la bravura degli attori. La protagonista, Stella - Haley Lu Richardson; il protagonista, Will - Cole Sprouce - americano nato in Toscana, ad Arezzo. Piace pensare che aver respirato, anche se per soli 4 mesi, aria toscana, lo abbia segnato con la sensibilità ruvida e scostante che gira da queste parti.

Il secondo elemento, decisivo. Baldoni elabora l’idea del film mentre gira i documentari di culto su You Tube “My last days” nei quali racconta la vita di pazienti terminali. Durante questa esperienza incontra Claire Wineland, una ragazza malata di fibrosi cistica, morta di recente (a lei è dedicato il film) per complicazioni sorte in conseguenza a un trapianto di polmoni. Oggi, infatti, è questa l’unica possibilità per i malati di fibrosi cistica di sopravvivenza. E anche con il trapianto, la loro vita, non arriva a superare i 40 anni. La fibrosi cistica, la più comune fra le malattie genetiche gravi, è mortale perché arriva a cancellarti il respiro. Ed è la più comune per un motivo semplice: in Italia una persona ogni 25/26 è portatrice sana della patologia. Essere un portatore sano non comporta alcun disturbo né dà alcun sintomo perciò in molti non lo sanno. Ma se due portatori sani fanno un bambino, c’è una possibilità su 4 che il neonato sia malato. Nelle forme più gravi anche il trapianto è escluso. Sempre, poi, se ti innamori di un malato di fibrosi cistica, è esclusa la consolazione di un abbraccio. Ma non l’amore. —

Ilaria Bonuccelli



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