Gioco
«La mia Manon che nessuno ha mai visto» Cavalletti, tenore lucchese per l’opera inedita
A Milano in scena la versione recuperata da Chailly. «Cambia il finale del primo atto, allestimento diverso che emoziona»
Arturo Toscanini convince Puccini. Lo piega ai “ritocchi”. È il 1922. Manon Lescaut sta per andare in scena alla Scala. Una ripresa. Dopo i fischi a Madama Butterfly nel febbraio del 1904, il Maestro lucchese ha giurato: mai più prime a Milano. Riprese quante ne vogliono. Specie se a dirigere è Toscanini «...un vero miracolo di sentimento, di sensibilità e di equilibrio. Mai e poi mai ho goduto tanto a sentire la mia musica. Toscanini è veramente l’uomo migliore del mondo come direttore. Un vero miracolo». Così convince Puccini a recuperare per Manon l’aria del soprano “Sola, perduta e abbandonata”. Ma non altre pagine scartate dopo la prima di Manon al Regio di Torino nel 1893. Quelle le recupera il maestro Riccardo Chailly negli archivi del Centro studi Puccini di Lucca. Le ripropone alla Scala dal 31 marzo, per una versione di Manon Lescaut inedita per l’Italia. Con il baritono lucchese Massimo Cavalletti nel cast a fianco di Maria Josè Siri, Marcelo Alvarez, Carlo Lepore.
Una Manon, dunque, dal marcato accento lucchese: nel libretto e nella voce. Anche se per Cavalletti non è un debutto nel ruolo. Il baritono toscano, infatti, è stato Lescaut al Metropolitan di New York, con Fabio Luisi, attuale direttore artistico del Maggio Musicale Fiorentino. Poi nel 2008 a Berlino. Nello stesso anno in cui Chailly porta a Lipsia la Manon del debutto torinese, quella con le pagine recuperate a Lucca. Dell’ edizione critica riproposta per Milano, per l’Italia, seguitando l’operazione culturale di rilettura delle opere pucciniane.
Maestro Cavalletti, quale Manon Lescauto proporrete a Milano?
«Grazie al lavoro di ricerca del Maestro Chailly, con il Centro Studi Puccini di Lucca, verrà proposta una Manon che in Italia il pubblico non ha mai sentito».
Una Manon “inedita” in un certo senso?
«Una Manon con un finale diverso nel primo atto, con le voci dei solisti che si uniscono al coro sulla melodia dell’aria “Donna non vidi mai” del tenore. Una pagina pucciniana interessante, con un effetto completamente diverso da quello al quale siamo abituati. Si tratta di una pagina che Puccini aveva composto in prima scrittura, prima delle varie revisioni dell’opera e che non è mai stata recuperata, neppure con le esecuzioni di Toscanini». Neppure con quella del trentennale alla Scala».
È l’unico cambiamento?
«No. Ci sono, ad esempio piccoli cambiamenti anche nella scena del maestro di ballo del II atto. Sicuramente da ascoltare con attenzione. Il finale del primo atto al quale siamo abituati ha una valenza teatrale forte, ma il coro resta sommerso nel dialogo fra Lescaut e Geronte. Invece, nelle pagine pucciniane recuperate, i due solisti sono come soverchiati dalla forza del coro e dalla forza dell’orchestra, con il raddoppio dei corni, dei fiati, dei tromboni. È una versione da ascoltare, lo ripeto, perché non ne esistono registrazioni. Finora, almeno. Questa edizione mi risulta che verrà registrata. E anche trasmessa da Rai5».
Forse anche per l’allestimento speciale.
«Lo spettacolo è interessante. Il regista, David Pountney, ambienta la vicenda nella stazione di una grande città. Può essere Milano, Berlino, come Parigi. Il quadro si apre su una scena didascalica. Scendiamo dal treno, c’è un caffè. E iniziamo. Un vagone del treno, poi, diventa la casa di Geronte l’amante anziano. Nel terzo atto, abbiamo una nave ma resta sempre la sagoma della stazione, vuota, scarna, distrutta rispetto al primo atto, quando era piena di vita (e di speranza). Fino al IV atto. Quando la stazione si riempie di sabbia. Perché evoca l’arsura e la desolazione del deserto (della Louisiana). Didascalia, evocazione. E molto ballo. Questa è la Manon Lescaut».
Insolita.
«Ma non stravagante. Senza idee che possano ledere lo spartito pucciniano. È un’operazione culturale importante che un grande teatro come la Scala si può permettere. E si deve permettere».
Uno dei teatri italiani dove lei, che è un tenore molto richiesto all’estero, torna di frequente.
«Infatti. Fino a settembre resterò a Milano perché con la Scala sono impegnato in tre produzioni: dopo Manon, a giugno i Masnadieri (direttore Mariotti) e a settembre L’elisir d’amore». —
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