Il Tirreno

Che notte quella notte! L’Oscar a Benigni che usa l’ironia per esorcizzare la Shoah

Francesca Lenzi
Che notte quella notte! L’Oscar a Benigni che usa l’ironia per esorcizzare la Shoah

Vent’anni fa “La vita è bella” vinceva tre statuette: un film che affronta in modo insolito una tematica dolorosa  

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Il 21 marzo di 20 anni fa, subito dopo la frase di rito «And the Oscar goes to…», un’emozionatissima Sophia Loren sventola il foglio con il titolo del miglior film straniero urlando felice «Robberto!» – proprio con due “b” – verso quella platea dalla quale si alza Roberto Benigni che salta sulle poltroncine del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles arrivando sul palco a balzi come una marionetta impazzita.

L’abbraccio con la Loren, e poi in un inglese alla buona, un discorso traboccante di ironia, commozione e amore, che ancora oggi non si dimentica, iniziato con un “thank you” bello deciso, seguito da emozione trascinante e da ringraziamenti vari, compreso quello ai genitori di Vergaio, frazione di Prato, per il dono più importante: la povertà. E ancora, un bacio a Giorgio Cantarini, piccolo Giosuè sul grande schermo e il rimando a Dante con la citazione dell’ultimo verso della Divina Commedia, «L’amor che move il sole e l’altre stelle», preludio alla dedica alla moglie, Nicoletta Braschi.

Benigni, ha appena vinto l’Oscar per il miglior film straniero con “La vita è bella”, sette nomination in tutto. Alla fine della serata le statuette conquistate saranno tre, comprese quelle per il miglior attore e per la migliore colonna sonora di Nicola Piovani. Perde nelle categorie miglior film (dove vince “Shakespeare in love”) e miglior regia (dove si impone Steven Spielberg per “Salvate il soldato Ryan”) ma è comunque un enorme successo. E il meritato riconoscimento per una pellicola che ha reso onore al cinema italiano con una tematica dolorosa affrontata in modo insolito.

Benigni, nel racconto, è l’ebreo Guido Orefice, deportato nel lager nazista con la moglie Dora e il figlioletto Giosuè. Una volta arrivati al campo, Guido, fedele alla propria identità, cerca di proteggere il figlio dall’orrore dell’Olocausto facendogli credere di essere in un gioco di ruolo, con tanto di regole e prove e, come premio finale, un carro armato vero. La tragedia reale viene sfidata dall’immaginazione di Guido che, seguendo le orme di Charlie Chaplin nel “Grande dittatore”, ridicolizza la pazzia criminale. Ma si può ridere della Shoah? La critica e il pubblico si divisero. Al di là di ogni posizione, è d’obbligo chiarire l’approccio di Benigni, che non ride del dramma ma usa l’ironia quale elemento salvifico nella tragedia.

Più o meno nello stesso periodo esce un altro film che utilizza lo stesso registro, “Train de vie” di Radu Mihaileanu, tragicommedia ambientata nel 1941 nell’Est Europa dove un intero paese, per sfuggire ai nazisti, organizza un finto treno di deportati, con il quale fuggire in Palestina. Il ruolo di Schlomo, lo scemo del villaggio, era stato offerto proprio a Benigni, costretto a rifiutare perché impegnato nella realizzazione de “La vita è bella”. «Un giorno viaggeremo nello spazio – dice Schlomo – al di là del cielo, adesso lo so. Lo spazio non è più nei nostri cuori, e noi andremo a cercarlo altrove». Oltre l’orrore e la follia umana. —
 

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