Gioco
In America latina a cercare fortuna con Serrino emigrante di Cecina
La fuga dal fascismo con due amici in Argentina e in Colombia. Il flop delle mattonelle, il successo con le statuine di marmo. Gli avventurosi affari e progetti degli italiani che negli anni ‘20 prendevano i bastimenti
«Dopo la pioggia mi piaceva togliermi le scarpe e, a piedi nudi, andare a sguazzare per le fossette della campagna a cercar chiocciole che tanto mi piacevano mangiate a cacciucco. Quando c’era il sole preferivo andarmene per la campagna adiacente ad ammazzar lucertole che vendevo per qualche soldo agli allevatori di civette. Anche mi piaceva, con tutto l’odio ed avversione che ne avrò da grande, giocare alla guerra con gli altri ragazzi, miei coetanei, usando, come armi, i sassi che a montoni si trovavano ai lati di tutte le strade, allora senza asfalto».
Cresce così Serretto Serretti: libero, tra la campagna e il mare della sua Cecina, in provincia di Livorno. E il suo destino, come scrive in una memoria oggi conservata dall’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, sembra già determinato, sin dalla prima giovinezza: nato nel 1901, nel 1922 ha già conseguito il diploma di capitano di lungo corso. Ma l'educazione famigliare e il carattere esuberante, con quella spiccata propensione al rifiuto delle regole, lo portano a scontrarsi molto presto con i quadri fascisti locali e con le imposizioni del neonato regime.
Serretto rifiuta di firmare l'iscrizione all'unico sindacato consentito dalle nuove leggi, mentre aderisce alle attività sovversive fino a scegliere di rinunciare all’ingaggio ottenuto su una nave, la Vallescura, e di intraprendere la strada dell’espatrio, della libertà e della ricerca della fortuna all’estero.
Una strada che non percorre da solo, bensì al seguito di due amici che a loro volta hanno deciso di allontanarsi dalle attenzioni dei fascisti per impiantare un’attività imprenditoriale in Argentina. Il progetto prevede di aprire una fabbrica di mattonelle a Buenos Aires. Ma l'inizio non promette bene: i tre si scontrano sulle decisioni da prendere e si lasciano ingenuamente truffare al loro arrivo. Sono costretti a dividersi, a iniziare a girovagare alla ricerca di altre occupazioni.
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“Busco trabajo”: sono queste le prime parole che Serretto è costretto a imparare in Sud America, e che rimbalzano sulle labbra di migliaia di emigrati partiti, proprio come lui, nell’illusione di ottenere facili successi.
Il primo impiego che trova è di quelli che mettono a dura prova la capacità di resistenza di un uomo: per sei mesi lavora giorno e notte alla costruzione di una ferrovia in Patagonia. Torna esausto a Buenos Aires, si ricongiunge agli amici, ma ancora una volta i tentativi imprenditoriali comuni falliscono.
Alla fine, la compagnia di amici partiti da Cecina porterà il proprio sogno di fare fortuna fino in Colombia: non più mattonelle all’ingrosso, ma statuine di marmolina per realizzare imitazioni ridotte di celebri sculture. Seguiranno altre attività, come e dove capita di trovarne. E avranno modo anche di darsi a produzioni più redditizie. «Dentro le nostre possibilità», scrive Serretto nella sua memoria, «dovevamo scegliere un'industria ancora non esistente in Colombia».
Così uno si ritrova ad amministrare un cinema, un altro ad aprire un ristorantino in località Santa Marta, mentre un terzo si sposa e decide di tornare in Italia.
L'arte di arrangiarsi ha accompagnato per anni Serretto e i suoi amici, permettendo loro di uscire indenni dai peggiori guai. Di sottrarsi alla repressione fascista, e di sopravvivere in un mondo feroce come quello in cui approdavano gli emigranti italiani in Sud America nella prima metà del Novecento. —
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