Il Tirreno

Dal diario di Serrino Serrini: "Noi, miserabili come tutti quelli che sbarcano dall’Europa"

Dal diario di Serrino Serrini: "Noi, miserabili come tutti quelli che sbarcano dall’Europa"

Le dure giornate a cercare lavoro a Buenos Aires, società che nascono e si sciolgono, poi l’idea di cambiare Paese... «A Bogotà aprimmo la fabbrica chiamata Sociedad Italiana de Arte y Escultura»

5 MINUTI DI LETTURA





«Ditemi, pensate di andare in Argentina così, allo sbaraglio, in cerca di lavoro, o che pensate di fare in quella repubblica? Guardate che io ci sono stato a Buenos Aires e degli emigranti, alloggiati sulle panchine dei parchi prima di trovare un qualsiasi lavoro, ne ho visti tanti».

EMIGRANTI IN SOCIETA'

«No, no! Noi portiamo il nostro proprio lavoro! Abbiamo acquistato un complesso di macchine per la fabbricazione di mattonelle e lo istalleremo a Buenos Aires. Ugo, come sai, è praticissimo in questo ramo per aver avuto, proprio dietro alla tua casa, una bella fabbrica di mattonelle. Noi lavoreremo e chissà che un giorno non si arrivi ad essere i re delle mattonelle!». «Siete disposti a ricevermi nella vostra società?». Parlottarono tra loro, fecero dei conti col lapis e poi mi dissero che sarei stato ben accetto, ma era necessaria, come parte liquida, la somma di lire tredicimila. Per conto mio accettai immediatamente riservandomi, naturalmente, di verificare la possibilità, da parte dei miei genitori, di trovare per me una somma così grande in un tempo così breve. Tornai subito a casa e parlai a mamma. Escluso a priori quello di piegare la schiena e lo spirito di fronte alla prepotenza fascista, non mi restavano che tre alternative: emigrare, e mi se ne era provvidenzialmente presentata l’occasione, finire in galera, dove ero già stato, o peggio ancora, finire al cimitero. Mia madre aveva un grande spirito e tanta intelligenza. Comprese subito e scelse: partirai con loro per l’America. «Però» dissi io «mi occorreranno ben tredicimila lire più le spese di viaggio». «Non ti preoccupare per questo, figlio mio, dentro la settimana tu avrai quindicimila lire. So io come trovarle». Alla settimana, io e gli altri due eravamo già a Genova, a due giorni dalla partenza del vapore. Sventolio di fazzoletti, agitazioni di mani, qualche lacrima. La nave si è allontanata dagli ormeggi del porto e si fa al mare. Fu il 17 settembre 1925.

BUSCO TRABAJO

Le prime due parole di spagnolo che i poveri emigranti d’Italia, di Spagna, di Portogallo e di Grecia, devono imparare appena sbarcati, sono queste: “Busco trabajo”. Noi nella prima quindicina di vita americana avevamo imparato parole dolci, d’amore, per le belle argentine, ed alcuni altri generici termini, meno queste due parole. Adesso, restati al verde, emigranti miserabili, come il novantotto per cento di quelli che sbarcano dall’Europa o dall’Asia in terra americana, dobbiamo non solo impararle, ma usarle dalla mattina fino a sera.

LE STATUINE DI SABATINO

Una sera, tornando dal lavoro, trovai ad aspettarmi, nelle mia pensione, il socio di Bruno: Sabatino. Un buon compagno ed un grande lavoratore. Non aveva frequentato la scuola e fin da bambino conobbe il duro e sporco lavoro di aiutante mattonaio in una fornace. Anche lui era dovuto fuggire dopo l’uccisione a Cecina di un fascista venuto con altri per una spedizione punitiva. Partì con Bruno, dello stesso paese di Cecina, che pensava di recarsi a Buenos Aires per impiantare colà una fabbrica di statuette di marmolina, uguale a quella gestita da suo fratello Tito qui a Cecina. Partirono nel 1923, con modelli di gomma e materiali per fabbricare statuette ed a Buenos Aires istallarono una fabbrica che fin dal principio ebbe esito favorevolissimo.

[[atex:gelocal:il-tirreno:tempo-libero:1.30103719:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/tempo-libero/2019/03/16/news/in-america-latina-a-cercare-fortuna-con-serrino-emigrante-di-cecina-1.30103719]]

Da circa due anni lavoravano insieme, però, malgrado le buone vendite e gli ottimi guadagni, Sabatino aveva l’impressione che i conti non tornassero. L’altro lavorava poco e spendeva molto. In cambio lui faceva l’asino e riceveva poco più dello stretto necessario per vivere. Sabatino parlò e mi disse: «Io sono stufo di lavorare con Bruno. Siccome di numeri non me ne intendo e meno di scrivere, ho la impressione che i conti li faccia tutti a suo vantaggio. Io vorrei separarmi. Sciogliere la società col Bianchi e, in te ho fiducia per onestà, per fede comune e per capacità amministrative, se tu sei disposto ad abbandonare il posto dove attualmente lavori, io vorrei fare società con te».

Pensai per qualche giorno sull’offerta di Santini, credetti doveroso, da parte mia, parlarne ai miei vecchi compagni Mario e Ugo e alla settimana, queste furono le condizioni che io prospettai a Sabatino per fare società con lui: innanzi tutto non potevo abbandonare i miei compagni di sventura e chiedevo che anch’essi partecipassero alla società. La mia fu una pretesa esagerata e ingiusta, ma finì per dare il miglior risultato prevedibile. Sabatino si oppose e ancora più contraria a questo allargamento di soci fu la moglie. Disse: «Come si può lavorare e guadagnare qui in Argentina, in concorrenza con Bruno, e in tante persone?». Ed io: «Ma no, il mio progetto è diverso. Quello che noi dobbiamo fare è cambiar di piazza: Perù, per esempio, Colombia, Venezuela. Se in quelle Repubbliche il lavoro non è conosciuto, si può guadagnare più di qui e più siamo, maggiore sarà la produzione e di conseguenza le vendite».

AFFARI IN COLOMBIA

Per circa due mesi lavorammo intensamente: Santini nella produzione, aiutato saltuariamente da me, da Grugolo e da due peones di sesso femminile. Io e Ugo avevamo la funzione di venditori. Saturammo rapidamente tutta la città di Baranquilla, vendemmo qualcosa in Puerto Colombia e poi Ugo se ne andò con un discreto carico di statuette a Santa Marta e di lì, dopo un invio di vari cassoni contenenti un centinaio di statuette, se ne andò a lavorare nella piazza di Medellin. Io lavorai bene nella città di Cartagena. Le famiglie benestanti di questa, la gente danarosa, amava darsi nobili intendimenti e trattandosi sia pure di riproduzioni delle opere più rinomate del rinascimento (credute di puro marmo) le compravano senza badare al prezzo, sempre convinti di aver fatto un buono ed artistico acquisto. Tornai a Baranquilla, consegnai il valore netto ricavato in una ventina di giorni di vendite e, in combinazione con Pacho e Mario, che sarebbero dovuti partire da Cali per Bogotà, anch’io pensai di raggiungerli nella capitale, portando loro altro materiale ed un’altra piccola quantità di modelli nuovi che nel frattempo ci erano arrivati dall’Italia. Nel mese di marzo, dopo circa tre mesi di separazione, mi congiunsi con i miei due amici nella capitale e, nella calle 5, in una vecchia casuccia, istallammo la fabbrica che battezzammo, con tanto di carta intestata: Sociedad Italiana de Arte y Escultura. —
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web