Il Tirreno

A Prato non è cambiato nulla

MARIO GIORDANO
A Prato non è cambiato nulla

Il giornalista Mario Giordano nel suo “L’Italia non è più italiana” dedica un capitolo alla comunità cinese della città tessile «diventata simbolo dei diritti calpestati»

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MARIO GIORDANO

«Nei capannoni lasciati vuoti dalle microaziende fallite si è installata una delle comunità cinesi più grandi d’Europa, che si mantiene e prospera arruolando manodopera clandestina e confezionando capi d’abbigliamento con tessuti importati dalla Cina.»

In fondo era già tutto scritto lì, nel meraviglioso libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente. Correva l’anno 2010, otto anni fa. Che cos’è cambiato? Poco o nulla. Ora come allora i capannoni di Prato continuano a lavorare, ma gli imprenditori di Prato non ci sono praticamente più. Ci sono cinesi (padroni) che fanno lavorare cinesi (schiavi) con tessuti cinesi (importati perlopiù in nero). Quel che ne esce è un prodotto che assomiglia a un cencio. E che però passa per made in Italy. Pensate che trionfo.

Nel frattempo Nesi ha trionfato davvero, lui sì. Ha vinto lo Strega. Poi ha scritto altri libri ed è diventato pure deputato. Nei capannoni ci sono stati incidenti e drammi, un rogo devastante nel 2013 (7 morti), che ha scosso tutta Italia.

In seguito ci sono state denunce, servizi giornalistici, infiniti blitz della polizia, reportage, inchieste, mobilitazioni. C’è stata la manifestazione nazionale del Primo Maggio 2018, che si è tenuta a Prato perché Prato è diventata il simbolo del lavoro nero, dello sfruttamento, dei diritti calpestati. Ma poi tutto questo è servito? Davvero? A cambiare? Alla fine basta aprire le cronache dei giornali locali per accorgersi che non è cambiato nulla. È rimasto tutto come prima. Ogni giorno le stesse notizie: Prato, blitz nelle aziende tessili dei cinesi, 7 arresti; Prato, sequestrata azienda tessile gestita da cinesi; Prato, clandestini nell’azienda tessile dei cinesi… Ho molto amato il libro di Nesi. Edoardo rappresenta la terza generazione di una famiglia di imprenditori. L’azienda, il Lanificio T.O. & Figli, era stata fondata negli anni Venti da suo nonno Temistocle e dal fratello Omero. Lui l’ha chiusa nel 2004. «Quando vendi un’azienda vendi anche una storia» ha raccontato con amarezza. E ha puntato il dito contro i teorici della globalizzazione, i professori della Bocconi, i Mario Monti e Francesco Giavazzi, quelli che raccontavano quanto fosse bello aprirsi al mercato, alla concorrenza, agli scambi planetari, e anziché aiutare gli imprenditori «li prendevano per il culo con i loro consigli di licenziare gli operai per assumere giovani matematici».

Sono gli stessi che giuravano che la nostra fortuna sarebbe stata la Cina.

E in effetti, quando nel 2001 quest’ultima entrò nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, i sapientoni garantirono: sarà un bene per il made in Italy, a Pechino faranno la corsa per comprare i nostri prodotti. Invece a Pechino hanno fatto la corsa per copiarli, i nostri prodotti. E poi per prendersi direttamente le nostre aziende. Nesi è stato il primo a spiegare in modo chiaro, dal punto di vista di un uomo d’azienda travolto dalla crisi, «che cosa si prova a vivere per anni sotto assedio».

È stato il primo a spiegare come si sentono «quegli imbecilli degli imprenditori italiani sbranati dai cinesi senza che nessuno alzi un dito per difenderli». In effetti, a pensarci: le piccole imprese si stanno facendo spazzare via, giorno dopo giorno, senza nemmeno una protesta. Senza uno sciopero. Un digiuno. Una manifestazione. Un appello, una petizione, una raccolta di firme. Niente di niente. Ho ripreso in mano Storia della mia gente e in quelle pagine ho trovato, drammaticamente, l’anticipazione di quello che sta succedendo oggi all’Italia intera.

È lo stesso Nesi a scriverlo: «A Prato, oggi, legalità e legge, immigrazione, tolleranza e intolleranza, ideologia, accoglienza, razzismo e integrazione, xenofobia e inclusione diventano ferri vecchi incapaci di aiutare a comprendere quello che succede in una città invasa da un’armata silenziosa che molti temono sia solo l’avanguardia dell’invasione che verrà». Prato è il simbolo dell’Italia che verrà? Ho messo da parte un’etichetta di un vestito, 95 per cento viscosa, 5 per cento elastam, che ha avuto una certa diffusione sui social. Su quell’etichetta c’è la rivendicazione orgogliosa del made in Italy. Ma la scritta tradisce il fatto che il made in Italy abbia un po’ gli occhi a mandorla. Si legge infatti: «Fabblicato in Italia». Fabblicato. Parleremo tutti così? Intanto a Prato si arriva all’assurdo: la scuola paritaria San Niccolò deve intervenire per chiedere, con apposita circolare, che durante la ricreazione si parli italiano. Altrimenti si usa solo il cinese. Sembra di stare a Pechino. Gli stessi genitori cinesi si lamentano: come fanno i nostri figli a imparare la vostra lingua se pure a scuola si parla sempre la nostra? Intanto, per ovviare al problema linguistico, la Questura di Prato ha organizzato un corso di lingua cinese riservato ai poliziotti.

È la prima volta che accade in Italia. Temiamo non sia l’ultima. Quando Nesi vinse lo Strega, i cinesi a Prato erano all’incirca 13.000. Adesso sono oltre 20.000 (20.643, per l’esattezza). Quelli ufficiali, naturalmente. I clandestini, che lavorano in nero nei capannoni, ovviamente non si possono contare.

Al massimo scoprire, uno dopo l’altro, in una teoria di blitz che sembra non aver mai fine, nonostante tutte le iniziative della Regione e i vari «piani lavoro sicuro». «Lo sfruttamento all’interno delle fabbriche cinesi rimane uguale» conferma il sindacalista Massimiliano Brezzo della Cgil a «Avvenire», nel luglio 2018, chiedendo per l’ennesima volta «più controlli e pene più severe».

Il solito ritornello. Ma sarà un caso che tutte le denunce, le battaglie, le feste del Primo Maggio, i comizi, le lotte, vedano sempre protagonisti soltanto gli italiani? E i cinesi? Perché non lottano contro il loro sfruttamento? Contro il loro lavoro nero? Contro le condizioni ignobili in cui spesso sono costretti a vivere? Perché continuano a rimanere separati nel loro universo parallelo di ingiustizia e diritti calpestati? Il risultato è che non cambia nulla. Nel 2017 sono state scoperte dall’Agenzia delle dogane 444 tonnellate di merce introdotte in Italia dalla Repubblica Popolare in modo illegale, per un valore che supera i 13 milioni di euro. Ma è solo la punta dell’iceberg. Al massimo, infatti, come dicono a Confindustria, in questi anni è stata «scalfita la superficie » del sistema illegale. Solo la superficie. Sotto è rimasto tutto come prima. E il meccanismo lo ha spiegato benissimo nella sua audizione alla Camera dei deputati (novembre 2014) il comandante provinciale della Guardia di Finanza Gino Reolon: «Tutte le pezze di tessuto che arrivano a Prato sono di contrabbando, anche 3-400 container per notte». Poi vengono lavorate nei laboratori clandestini. Quindi ripartono per l’estero sempre di contrabbando. Una filiera completamente illegale che garantisce concorrenzialità nel prezzo e genera una liquidità enorme, la quale per altro alla fine viene rimandata in Cina. Ovviamente in nero. Si parte con la merce che entra in nero, si finisce con i soldi che escono in nero: un circolo illegale che il colonello Reolon definisce senza mezzi termini «rapina predatoria».

Così, con questa «rapina predatoria», la ricchezza di Prato è stata progressivamente distrutta e trasferita in Cina.

Infatti ancora oggi, giorno dopo giorno, le aziende italiane chiudono e diminuiscono (–0,7 per cento nell’ultimo anno), mentre quelle cinesi continuano ad aumentare. Dieci anni fa erano poco più di 3000, oggi sono 5842, più 2,9 per cento solo nel 2018. Il 20 per cento del totale.

E i soldi che guadagnano dove finiscono? Li reinvestono? O li mandano all’estero? La più grande inchiesta in questo filone è della Procura di Firenze, che non a caso l’ha chiamata «Cian Liu», fiume di denaro.

Ha scoperto che fra il 2006 e il 2010, da un unico piccolo sportello money transfer di Prato, gestito da una famiglia di cinesi, sono stati trasferiti all’ombra della Lunga Muraglia oltre 4 miliardi di euro. Tutti in piccole operazioni da 1999 euro, per non incorrere nelle segnalazioni obbligatorie. Sono state indagate 227 persone, è stata chiamata in causa anche la Bank of China, che ha patteggiato pagando 20 milioni di euro. Nell’aprile 2018, però, è finito tutto a tarallucci e vino: reati prescritti. Nessuno può essere condannato. E soprattutto: quei soldi non li vedremo mai più.



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