Il Tirreno

LA RICORRENZA 

20 anni senza Kubrick. Dai racconti di guerra all’horror, alla storia. Parabola di un genio

Francesca Lenzi
Stanley Kubrick in un disegno di Francesca Lenzi
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Stanley Kubrick in un disegno di Francesca Lenzi

Ha firmato soltanto 13 pellicole, ma ha lasciato il segno. Un innovatore nella tecnica e nella capacità di raccontare

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«Una merda di talento» lo definì, in un momento di rabbia, Kirk Douglas. Era stato lui a chiamarlo alla regia di Spartacus, per sostituire Anthony Mann. Si era trovato bene tre anni prima, nei panni del colonnello Dax, sul set di Orizzonti di gloria, ma stavolta i rapporti fra i due sono tesi. Douglas crede di poter vantare ogni diritto e decisione sul film di cui è protagonista, nonché produttore, ma è costretto a ricredersi di fronte al giovane regista, allora 32enne, e al suo quinto lungometraggio. Il 7 marzo 1999, vicino a Londra, muore Stanley Kubrick, uno dei nomi più importanti nel panorama del cinema mondiale. Un autore che ha vissuto il presente con uno sguardo proiettato al futuro, all’interno di un’arte che ancora oggi si sorprende di dovergli così tanto. A livello di tecnica, senza dubbio. Nell’ambito di una straordinaria capacità di interazione fra le discipline, ma soprattutto per una visione originale e intuitiva che dopo vent’anni dalla sua morta continua a essere freschissima.

Nato a New York nel 1928, nella sua vita Kubrick è stato regista, montatore, scenografo, direttore della fotografia, creatore di effetti speciali, oltre che scrittore e fotografo. Proprio la passione per la macchina fotografica segna una sensibilità per il quadro scenico fuori dal comune, che tanto si ritroverà nei suoi film, densi di verità e criterio visivo. Dopo gli anni di studio all’accademia di arte cinematografica, decide di dedicarsi del tutto alla settima arte e, dopo alcuni cortometraggi, esordisce nel 1953 con il primo lungometraggio Paura e desiderio, in seguito introvabile e, in parte, rinnegato da Kubrick, fin troppo critico nei confronti di un’opera sicuramente imperfetta, che tuttavia fu preziosa in termini di esperienza per i lavori successivi.

Kubrick ha firmato soltanto tredici pellicole, ma la sua filmografia rappresenta un contributo altissimo per la qualità espressa, riuscendo a trattare, fra l’altro, generi completamente diversi: la guerra in Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket, la satira con Il dottor Stranamore, l’horror con Shining, la storia con Barry Lyndon. Storie diversissime eppure riconoscibili nella sua firma. Dopo l’esperienza di Spartacus, Kubrick fece in modo di fare cinema curando ogni aspetto del film. Spesso si è parlato di un uomo scorbutico e difficile, vero incubo per gli attori. Non è così. Certo, non era facile lavorare per un perfezionista come lui, capace di girare una piccola, e apparentemente superflua, sequenza anche decine e decine di volte; ma allo stesso tempo partecipare a un suo film era un regalo, la sensazione di far parte di qualcosa di grande. Kubrick ha cambiato il cinema e inventato nuovi generi.

In 2001: odissea nello spazio, ad esempio, non c’è solo la vetta più alta del genere di fantascienza, ma una visione assoluta che attraversa conoscenza, progresso e natura umana, spazio e tempo. E sempre qui ci regala il celebre salto temporale di millenni con il montaggio ellittico dell’osso preistorico trasformato in astronave. Il cinema di Kubrick è ossessione per l’immagine e l’inquadratura. In Shining è evidente l’attento studio per la posizione in scena, l’illuminazione e la simmetria prospettica. In Arancia Meccanica è geniale nell’esaminare il bene e il male, e la necessità del libero arbitrio anche di fronte alla scelta peggiore. Importantissima nei suoi racconti la musica, alla quale talvolta affida il significato di parole non dette.

E presente nella sua filmografia è anche la pittura. In Barry Lyndon, grazie alla quasi assente profondità di campo, e alla scelta del quadro scenico, cita l’arte settecentesca di Gainsborough e Hogarth, in particolare la serie “Matrimonio alla moda”. Guardava poi agli effetti speciali come allo strumento per “raccontare meglio”, tanto che rinviò A.I. – Intelligenza artificiale in attesa dell’evoluzione completa della tecnologia digitale. Kubrick muore nel 1999, al termine delle riprese di Eyes Wide Shut. Sarà Spielberg, al quale Kubrick aveva già chiesto di dirigere il film, realizzare A.I. (2001). C’è chi pensa, ancora oggi, che nel 1969 – l’anno dopo 2001: odissea nello spazio – l’uomo non arrivò mai davvero sulla luna, e che il governo americano avesse incaricato Kubrick di realizzare i filmati di un finto allunaggio. Teorie complottiste a parte, l’idea ruota attorno all’immagine di un regista, un autore, un uomo capace di dare vita sullo schermo a sogni e realtà. —
 

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di Redazione web