Gioco
Artemisia e il quadro “nascosto” Autoritratto sul volto di Caterina
La scoperta degli esperti agli Uffizi: la Gentileschi ha dipinto due volte il quadro e ha usato la propria immagine per sovrapporla a quella della Signora
GABRIELE RIZZA
Artemisia Gentileschi continua a far parlare di sé. Ma stavolta per motivi squisitamente artistici. Estranei ai fatti di cui fu vittima per mano di Agostino Tassi (il pittore amico e collega del padre, Orazio Gentileschi), accusato di stupro e per questo processato e condannato. Il nome di Artemisia è ora legato a una sensazionale scoperta. I recenti studi effettuati dal laboratorio di analisi dell'Opificio delle pietre dure hanno infatti rivelato che sotto la superficie della tela raffigurante “Santa Caterina d'Alessandria”, conservata agli Uffizi, si cela un secondo dipinto. Che potrebbe essere un “mash up” tra il suo autoritratto e il ritratto di Caterina, figlia del Granduca Ferdinando de' Medici, realizzato durante la sua permanenza alla corte dei signori toscani. L'ipotesi emersa al termine di una serie di indagini, grazie all'utilizzo di raggi ultravioletti, infrarossi e X, svela anche la laboriosa genesi del dipinto. «Quest'anno potremo celebrare la Festa della Donna - commenta il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt - con queste importanti scoperte, che cambiano ciò che sappiamo riguardo ad Artemisia.
La maestria degli specialisti dell'Opificio ha permesso di scoprire i segreti della nostra bellissima Santa Caterina: e ora, grazie al loro lavoro, siamo felici di poter affermare che oltre ai cinque capolavori dell’artista di proprietà della Galleria, gli Uffizi ne conservano un altro, fino ad oggi nascosto sotto la pittura visibile della Martire d’Alessandria».
Lo studio, condotto da Maria Luisa Reginella e Roberto Bellucci, con la supervisione di Cecilia Frosinini, ha mostrato che sotto la superficie dell'opera esiste una versione preesistente della Santa, senza corona e con un turbante, e il volto più rivolto verso l’osservatore, anziché di tre quarti. Altri dettagli riguardano un’iniziale posizione diversa della mano sinistra, un velo sulla scollatura dell'abito, e un misterioso piccolo volto in corrispondenza della parte a sinistra del viso, cosa che ha fatto ipotizzare che fosse un abbozzo iniziale di un'opera diversa, poi abbandonato.
«Artemisia evidentemente riutilizzò questa tela iniziata – spiegano i restauratori - come del resto molti artisti del periodo erano soliti fare, per risparmiare sui materiali. Ma un altro dato importante che scaturisce dalle analisi, anche attraverso operazioni di sovrapposizione virtuale, è che la versione della martire con il turbante sia praticamente identica all'opera della Gentileschi acquistata mesi fa dalla National Gallery di Londra. Partendo da qui è possibile ipotizzare che entrambe le tele, derivino dallo stesso disegno, ovvero lo stesso cartone preparatorio. Il che conferma, anche grazie al raffronto con altri dipinti della Gentileschi, la tesi secondo la quale Artemisia usasse abitualmente la sua stessa immagine come modello per dipingere le figure femminili».
Caterina, coetaneo di Artemisia, era in quegli anni al centro delle politiche matrimoniali di casa Medici: «Vi fu un tentativo di prometterla al principe del Galles – spiega Cecilia Frosinini - e successivamente venne data in moglie al duca Ferdinando Gonzaga di Mantova. Il dipinto può essere un omaggio a lei». Tornato dall'Opificio, il quadro troverà una nuova collocazione: da oggi, sarà esposto nella sala della Medusa. —
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