Il Tirreno

lo studio 

Come una grande mappa del tesoro con tutti i galeoni spagnoli affondati

J.P.
Come una grande mappa del tesoro con tutti i galeoni spagnoli affondati

L’iniziativa voluta dal ministero della cultura iberico intende tutelare i relitti finiti in fondo  al mare dal 1492 al 1898 con i loro preziosi carichi

3 MINUTI DI LETTURA





MADRID. Avrebbe fatto la felicità del pirata Long John Silver, l’affascinante personaggio di Robert Louis Stevenson, la mappa dei galeoni spagnoli affondati nei mari caraibici dal 1492 – l’anno della scoperta dell’America – al 1898, che è stata approntata da un gruppo di studio incaricato dal ministero della Cultura spagnolo. È una mappa del tesoro «da sogno che – come riferisce il quotidiano El País – documenta con minuzia i luoghi esatti dove colarono a picco 681 vascelli, le cause del loro affondamento e, soprattutto, i carichi preziosi che avevano a bordo: oro, argento, perle, smeraldi, avorio, stivati insieme a tabacco, zucchero, cacao, ceramiche Ming, libri e reliquie provenienti da Gerusalemme».

Lo studio, coordinato dall’archeologo subacqueo Carlos León e intitolato “Inventario dei naufragi spagnoli in America”, elenca anche diversi naufragi eccellenti, a cominciare da quello di una delle tre caravelle di Cristoforo Colombo, la Santa Maria, finita (in parte) in fondo al mare nei pressi dell’isola di Bohío (ribattezzata proprio da Colombo La Española, in italiano Hispaniola, isola attualmente divisa fra Haiti e Repubblica Dominicana) nella notte di Natale del 1492, perché chi doveva essere al timone lo passò a un giovanissimo mozzo inesperto e la nave si incagliò. Furioso, e obbligato a sbarcare portando con sé solo i suoi diari, l’ammiraglio fece costruire sull’isola il primo insediamento europeo nel Nuovo Mondo, la Navidad utilizzando parti della caravella, il resto rimase dove la nave si incagliò sulla barriera corallina, finendo per sempre sui fondali che ora indica la mappa del ministero spagnolo.

Lo straordinario inventario mostra dove si trovano i relitti delle navi perdute da Hernán Cortés nei suoi viaggi alla conquista del Messico e quelli dei vascelli di Francisco Pizarro e Vasco Núñez de Balboa, ma anche di cinque cacciatorpediniere affondate dalla flotta Usa a Cuba nel conflitto tra Spagna e Stati Uniti nel 1898. E proprio intorno a Cuba si trova la gran parte dei relitti, 249 per la precisione, mentre lungo la costa atlantica degli attuali Stati Uniti ce ne sono 153. Altri 66 sono stati registrati nelle acque di Panama e 63 attorno a Hispaniola. La stragrande maggioranza dei naufragi, il 91,2% dei casi, avvenne per motivi meteorologici, tempeste troppo violente per la struttura delle navi.

In un unico naufragio potevano morire centinaia di persone: quando le cinque navi di Juan Menendez de Avilés si inabissarono nelle acque di Bermuda nel 1563 si contarono 1.250 vittime.

Solo l’1,4 per cento dei naufragi fu dovuto a scontri con navi di potenze rivali, soprattutto inglesi ed olandesi. «E quelle dei pirati sono per lo più leggende – dicono i responsabili dello studio – Le navi spagnole erano temibili, straordinariamente armate, con decine e decine di cannoni a bordo. Di certo terrorizzavano i pirati molto più di quanto non fosse il contrario». Solo lo 0,8% degli affondamenti, infatti, è imputabile ad attacchi corsari. —

J.P.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore