Toscana
Dante vive negli anni Settanta a fianco di Jack, uno spietato killer
Lars Von Trier esce in Italia con “The House that Jack Built” una spietata versione della Divina Commedia ambientata in America
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco. Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me», gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». Torna al cinema Lars Von Trier con “The house that Jack built” – finalmente anche in Italia da oggi (distribuito da Videa) – versione personalissima e spietata della Divina Commedia, calata nell’America anni 70, location nella quale si muove Jack, ingegnere insoddisfatto e psicopatico che “improvvisamente” diventa serial killer per vocazione, intenzionato a mettere in atto l’omicidio come espressione artistica, sublimazione di metodo e creatività. Accanto a Jack, Dante contemporaneo interpretato da Matt Dillon, c’è Virgilio, teorico e giudicante traghettatore nell’Ade, testimone dei progetti e delle azioni dell’alter ego impulsivo e affrancato. A vestirne i panni Bruno Ganz, recentemente scomparso. Presentato in anteprima mondiale fuori concorso all’ultima edizione del festival di Cannes, “The house that Jack built” (tradotto per le sale italiane con il più banale “La casa di Jack”) ha da subito diviso. Critica e pubblico. E non potrebbe essere altrimenti di fronte a un regista “scomodo” e difficilmente conciliante. A Cannes il film ha ricevuto una standing ovation, ma allo stesso tempo durante la proiezione c’è chi ha abbandonato la sala a causa della violenza delle immagini. Esagerato, autocompiaciuto, ripetitivo, manierista e inconcludente, sono le maggiori critiche rivolte a Lars Von Trier che nel proprio cinema mette se stesso in una spirale sempre più delirante fra confessioni e manie, turbamenti e autoanalisi. The house that Jack built arriva temporalmente dopo la trilogia della depressione, formata da Antichrist (2009), Melancholia (2011) e Nymphomaniac (2013) e rappresenta probabilmente il punto oltre della poetica del regista danese. Una trasposizione visiva del dualismo autoriale, diviso fra razionalità e istinto. Forse eccessivo. Sicuramente sfrenato e narcisistico, ma allo stesso tempo sinceramente dolente, coraggioso. Uno come Lars Von Trier – ospite non gradito a Cannes a seguito delle dichiarazioni considerate filonaziste – non può non dividere. E proprio nel dissenso trova soddisfazione.. Tra citazioni pittoriche, letterarie e musicali, The house that Jack built veste i panni del divertissement attraverso le gesta di un serial killer che gioca a scacchi con la morte (e la polizia) per 12 anni. Il copione – inizialmente pensata per essere sviluppata in serie televisiva – è passato sotto gli occhi di parecchi attori, ma soltanto Dillon ne ha sposato, non senza dubbi, il progetto. Sul genere vengono alla mente titoli come Henry pioggia di sangue firmato nel 1990 da McNaughton e American Psyco, ispirato al geniale romanzo di Bret Easton Ellis e tradotto per il grande schermo da Mary Harron. La versione del serial killer di Lars Von Trier sarà probabilmente però qualcosa di unico, com’è abitudine del regista danese, capace di mettere in scena in Melancholia l’apocalisse attraverso un simbolismo contemporaneamente cosmico e privato.
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