Il Tirreno

Avati: deluso dal cinema, non ci sono più autori e idee E ora faccio il film su Dante

FRANCESCA LENZI
Avati: deluso dal cinema, non ci sono più autori e idee E ora faccio il film su Dante

Il grande regista, 80 anni, ospite a Venturina, racconta e si racconta «L’Italia dimentica il suo passato, adesso tutto è omologato e senz’anima»

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FRANCESCA LENZI

Pupi Avati ha appena compiuto 80 anni d’età e 50 di carriera. Era il 1968 quando usciva “Balsamus, l’uomo di Satana”, esordio grottesco il cui ricordo suscita nel regista bolognese aneddoti e nostalgia per quel cinema che sapeva di magia e bellezza. Per un gioco del destino, o forse no, quasi come un’ellisse temporale, a giugno uscirà nelle sale la sua ultima fatica, “Il signor Diavolo”, favola contadina nerissima, ambientata nel profondo nord, fra omicidi di bambini, superstizione e sacrilegio. Ha raccontato questo, e molto altro, Avati nell’incontro, moderato dal critico Fabio Canessa, al museo etrusco di Populonia (organizzato dalla Dispensa Desideri), in occasione della presentazione del libro.

Il Signor Diavolo, il ritorno a un genere che di tanto in tanto si ripropone, e un ritorno anche a un preciso ambito geografico.

«Una parte dell’Emilia dietro il Po, le valli, le paludi, i canneti, le nebbie. Quella zona di casolari abbandonati dove addirittura si nascose Igor il russo. Un posto dove già molti anni fa girai La casa dalle finestre che ridono. Sono zone che evocano la favola contadina che è l’humus sul quale si fonda questo mio imprinting infantile. La favola de paura, come dicono a Roma. La favola raccontata come deterrente per spaventarti e per tenerti buono. Uno spavento che susciti nel buio l’immaginazione. Quel buio delle stanze di campagna che non ho più trovato. Quel buio riempito di quelle immagini che erano spaventevoli e che hanno stimolato il mio cinema». Qual’è il suo grande rimpianto?

«Avere desiderato di diventare adulto con troppa fretta. L’adolescenza è l’età in cui avrei potuto esprimere il meglio di me e io non mi ci sono trattenuto sufficientemente. L’adolescenza è l’età in cui l’essere umano è più impunemente sognatore. Riesce a immaginare, sognare, aspettarsi dalla vita di più. Ecco io volevo diventare adulto per liberarmi da quella stagione in cui ero figlio. Adesso che sono vecchio, vorrei invece tornare ad avere dei genitori, avere qualcuno che si occupi di me».

Ha in progetto un film su Dante, da far uscire nel 2021 per i 700 anni dalla morte del poeta.

«Penso che questo paese commetta peccati mortali, nel senso che si dimentica di quello che è stato. Dovremmo avere un orgoglio rispetto al nostro passato che vanta un personaggio come Dante Alighieri, incomprensibile nella vastità del suo pensiero. Non immaginare ancora un progetto di carattere cinematografico che lo riguardi, è una cosa illogica. Va benissimo la storia di Mia Martini, però Dante è quanto di meglio al mondo ci sia stato».

Cosa pensa del cinema di oggi?

«È un cinema che non ha ambizioni, il cui fine è solo fare incasso. E non ci riesce. Potrei capire fare i cinepanettoni di dieci anni fa, boiate tremende, ma che almeno facevano soldi. Ora invece restano boiate ma non fanno neppure soldi. Il cinema di oggi non ha più una volontà, un progetto. Non ci sono più neanche gli autori, l’intenzione artistica che si contrapponeva al cinema commerciale».

Cinema e politica. Uno influenza l’altro?

«Non più, perché il cinema non conta più. Ho sempre diffidato di un cinema politico, ma ora si eccede dall’altra parte. L’assenza di ideologie, di progettazione, ha fatto sì che il cinema non influisca in nessun modo, se non accentuando questa sensazione di omologazione. Il cinema che vanno a vedere i miei figli o i miei nipoti è neutro. Non essendoci più un’identità, un’italianità. L’abbiamo svenduta, ed è stato un peccato mortale».

E lei come si pone nei confronti della politica?

«Io ho apprezzato molto una definizione di Sabino Cassese, “l’incompetenza al potere”. La classe politica negli ultimi anni ha dimostrato veramente un interesse nei riguardi della permanenza del ruolo, la convenienza.

Il denaro pubblico è gestito da gente che lo amministra come fosse proprio, e parlo anche della Rai, dove ci sono funzionari lì da 7-8 anni che gestiscono ogni anno 200-300 milioni di euro, amministrandoli come fossero loro. Una volta la televisione di stato aveva come fine quello dell’acculturazione del paese. E l’ha fatto. Adesso si pensa soltanto all’indice di ascolto». —

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