Il Tirreno

L’ingegnere di Massa Marittima nella stagione d’oro del nucleare italiano

Nicola Maranesi
ll reattore nucleare della centrale Euratom di Ispra sul Lago Maggiore aperta nel 1959
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ll reattore nucleare della centrale Euratom di Ispra sul Lago Maggiore aperta nel 1959

Piefederico Testi all’Euratom in Olanda negli anni Sessanta Fervore scientifico e comunitario e oscuri giochi di potere

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È la stagione d’oro per il nucleare in Italia quando Pierfederico Testi parte per l’Olanda, nel 1960, per lavorare nella Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA) detta anche Euratom, istituita a Roma con il Trattato del 25 marzo 1957 contemporaneamente alla Comunità Economica Europea.

Pierfederico è un ingegnere, è nato a Massa Marittima in provincia di Grosseto e dopo gli studi ha cominciato a dedicare la sua vita alla realizzazione di navi nucleari. Una vocazione che lo ha portato a viaggiare, a sacrificarsi, anche ad allontanarsi malvolentieri dalla famiglia, come racconta in una testimonianza di raro interesse storico, oggi custodita dall’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano.

L’Euratom è un’organizzazione di primaria importanza a livello Comunitario, nata inizialmente per coordinare i programmi di ricerca degli Stati membri, in vista di un uso pacifico dell’energia nucleare in Europa. Ancora oggi è attiva e contribuisce alla condivisione delle conoscenze, delle infrastrutture e del finanziamento dell’energia nucleare tra gli Stati membri. Nel 1960, quanto Testi lascia il nostro Paese per dare il suo contributo allo sviluppo del nucleare, l’Italia ha ancora un “rapporto positivo” con l’energia atomica.

Oltre ad aver dato i natali ad Enrico Fermi, il primo a innescare la reazione nucleare a catena controllata, nel 1959 il nostro Paese aveva costruito il primo reattore di ricerca ad Ispra, in provincia di Varese. Gli investimenti ed il favore dell’opinione pubblica in quegli anni andavano di pari passo, tanto che nel 1966 l’Italia risultava essere il terzo produttore al mondo di energia elettrica di origine nucleare.

Un andamento destinato ad essere sconvolto dall’impatto avuto sull’opinione pubblica dalla drammatica esplosione, avvenuta nel 1986, di un reattore della centrale nucleare di Chernobyl, oggi in Ucraina, allora Unione Sovietica. In seguito a quell’incidente l’Italia decideva di bloccare l’attuazione di una parte del Piano Energetico Nazionale che prevedeva l’apertura di cantieri per nuove centrali nucleari. In questo clima l’8 novembre 1987 si svolgono tre referendum sul nucleare nei quali la maggioranza degli italiani che si reca alle urne vota per il «Sì», orientando le successive scelte della politica e del Paese in ambito energetico verso una direzione contraria allo sviluppo e all’impiego dell’energia atomica.

Ma le criticità erano cominciate molti anni prima, come non manca di annotare nel suo diario, con acume, Pierfederico Testi. Lo spunto lo offre un fatto di cronaca che aveva tenuto banco a partire dal 1964, l’anno in cui Felice Ippolito, direttore del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, viene arrestato per presunte irregolarità amministrative. A capo dell’Ente dal 1960, Ippolito aveva avviato diversi progetti di sviluppo del nucleare in Italia, come le centrali di Garigliano e Latina, contribuendo ai successi del nostro Paese in ambito nucleare. Il suo obiettivo è l’indipendenza energetica del Paese. Al suo arresto, segue un processo una condanna a 11 anni di reclusione. L’Italia si divide e Pierfederico, che in quel momento è in Olanda, si schiera: per molti, Ippolito è la “vittima” sacrificale di poteri forti che vogliono stroncare la nascente industria nucleare a favore di quella petrolifera.

Ippolito riceverà la grazia dal Presidente della Repubblica Saragat dopo 2 anni di reclusione. Ma l’esperienza del nucleare in Italia si è ormai già conclusa.

Dal diario DI PIERFEDERICO TESTI
 

Scoppia il caso Ippolito: è l’inizio della fine del boom atomico
Il lavoro nei laboratori vicino all’Aia, le tristi serate lontano da casa, le curiose reazioni e abitudini dei colleghi olandesi

Mi ci vollero parecchi giorni per poter digerire il pensiero di riprendere, per un tempo ancora del tutto indefinibile, la vita da solo. Poi, un po’alla volta, la curiosità e l’interesse suscitato dal progetto che dovevo seguire, riuscirono ad attenuare, almeno nei giorni di lavoro, il senso di depressione che si stava impadronendo di me. all’euratom in olandaAttraverso la documentazione che era stata presentata all’Euratom, mi feci abbastanza presto un’idea del progetto che si andava sviluppando. Arrivando a Petten, portavo con me molto dello scetticismo accumulato nelle visite precedenti. Ma là le cose andavano diversamente.

L’esperimento era ben condotto e soprattutto era mirato a due importanti risultati: il primo era il rilievo dell’andamento del flusso dei neutroni in punti vicinissimi tra loro, per determinare gli squilibri che si generano nei punti singolari della matrice, per esempio dove la geometria del combustibile è modificata dalla presenza degli alloggiamenti delle barre di controllo. L’altro scopo era la sperimentazione di una vera novità: il veleno consumabile (burnable poison). il caso ippolitoOgni sera, quando uscivo dall’ufficio, facevo una camminata fino in centro all’Aia. Là potevo trovare qualche giornale italiano e in particolare il Corriere della Sera, non più freschissimo, perché arrivava con un giorno di ritardo, ma sempre molto atteso perché mi portava le notizie dall’Italia. Fu proprio il Corriere che mi portò l’eco dell’affare Ippolito. Il prof. Ippolito era stato bruscamente rimosso dalla posizione che occupava al Cnen e posto sotto accusa per l’opera che vi aveva svolto. Mi pareva incredibile che l’uomo, per il quale avevo provato un’impressione così favorevole a Trieste e che avevo sentito nominare a Bruxelles con ammirazione e rispetto dai funzionari dell’Euratom, potesse aver rischiato il suo prestigio e la sua posizione con affari poco puliti.

Cercai nelle cronache del processo qualcosa di concreto che mi facesse mutar parere sul suo conto e che, giustificando il processo, mi ridesse fiducia nella giustizia italiana. Ma non mi riuscì di trovar niente. I giornali si dilungavano nel descrivere fatti inessenziali ma destinati a suscitare lo sdegno del popolino contro quell’Ippolito che poteva usare l’auto del Cnen anche per andare in vacanza, o che aveva autorizzato spese di rappresentanza per i partecipanti ad un congresso.Comunque Ippolito finì in prigione ed io non potei che convincermi, che c’era andato per una faida politica. Quel processo, come era prevedibile, ebbe effetti disastrosi sull’attività nucleare in Italia. Il Cnen, pur continuando ad assorbire denaro come e più di prima, era stato sterilizzato e, per molti anni, non fu più in grado di esercitare alcuna utile attività di ricerca, o di orientamento per le scelte energetiche. Il programma di costruzione delle centrali nucleari, pur propugnato dall’Enel che non poteva affossarlo per mancanza di argomenti scientifici e tecnici validi, ebbe vita dura, tanto che dal terzo posto nel mondo, che l’Italia occupava a quell’epoca nella produzione di energia elettronucleare, decadde ed è oggi in una posizione tale che denuncia la sua rinuncia alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e all’affrancamento dai ricatti dei paesi produttori di petrolio.la principessa Irene.

Da qualche giorno i colleghi erano distratti da qualche cosa di molto importante. Li vedevo negli uffici discutere animatamente a gruppi di tre o di quattro e, anche se non capivo quello che dicevano, mi rendevo conto che gli argomenti delle loro discussioni non erano questioni di lavoro. Immaginai che fossero agitati per qualcosa che riguardava la politica e perciò non me ne curai. In ogni paese la politica dà ampi motivi di discussione e non c’era ragione di pensare che, anche in Olanda, le cose non fossero così. Per quanto mi riguardava, tutto quello che sapevo era soltanto che il paese era retto da una monarchia; che gli ultimi regnanti erano stati di sesso femminile, e che le loro effigi si potevano vedere nelle monete. Dopo un po’ di tempo però, cominciai ad incuriosirmi e finii col domandare cosa stesse succedendo.Il problema era grave: la principessa secondogenita Irene, si era fidanzata con un principe spagnolo. "Ah bene! " feci io. M’accorsi subito però che la mia uscita era stata una gaffe. Per questa storia color rosa, gli olandesi avevano, a dir poco, messo il lutto. Ed era un lutto che io non capivo. Ci sono ormai in Europa così pochi principi disponibili, che se le principesse di sangue reale non sono disponibili a sposare il droghiere o il loro autista, hanno molte probabilità di votarsi per sempre al ruolo di zitelle. La principessa Irene aveva inciampato in un principe spagnolo... mi pareva che tutti dovessero essere contenti... E invece no! Molto tempo fa, ai tempi di Carlo V, i Paesi Bassi erano stati dominati dalla Spagna e se ne erano liberati con una lunga guerra che era avvenuta a cavallo del 16° e 17° secolo. Gli olandesi di oggi ricordano ancora quella dominazione e la scelta di Irene li aveva offesi profondamente nei loro sentimenti nazionali. Eppure non avrei dovuto essere così meravigliato se mi fossi fermato a riflettere che quasi ogni sera, quando mi sedevo davanti al televisore, mi dovevo sorbire un film di propaganda antitedesca. In quel paese c’è evidentemente una tendenza a conservare e a coltivare il risentimento popolare.

E, su quei sentimenti, mi pareva che la televisione olandese speculasse un po’ troppo. È vero che qui i tedeschi, durante la guerra, ne hanno combinate di tutti i colori, pensavo. Ma ora, stiamo tutti facendo del nostro meglio per creare l’unità d’Europa e tutto quello che può mantenere in vita l’odio verso un altro popolo europeo, per fatti avvenuti in un periodo così particolare e così drammatico, non dovrebbe essere oggetto di propaganda, se non si vuol rendere vano questo tentativo così lungimirante e promettente, al quale anche gli olandesi prendono parte.auto e biciGuidare l’auto, in certe ore del giorno, era veramente un problema. Migliaia di cittadini, approfittando della mancanza assoluta di salite, usavano per i loro spostamenti, la bicicletta. In fianco a molte strade, erano ricavate piste ciclabili che però, negli incroci, intersecavano le strade. A causa del flusso continuo dei ciclisti, che andavano e tornavano dal lavoro, era perciò necessaria una guida attenta e prudente. Inoltre gli olandesi sono di carattere tranquillo e paziente ed anche i loro riflessi ne sono influenzati. Guidando, bisognava far molta attenzione a non frenare bruscamente, perché chi seguiva, non faceva a tempo a realizzare e a reagire in conseguenza.

Perciò, quando ero al volante, usavo uno stile che non m’era per niente congeniale e, malgrado questo, riuscii a farmi tamponare.Agli incroci, prima che cominciassero le ore di punta, si vedeva arrivare un vigile, molto spesso in gonnella, che portava su una spalla un complicato marchingegno che, una volta piantato in un buco apposito, in mezzo al crocevia, si rivelava essere un semaforo, dotato di bandierine metalliche, azionate da leve e manopole, con le quali la "Vigilessa" si dava da fare per dirigere il traffico. Passata l’ora di punta, sfilava quel ferrigno spaventapasseri dal suo buco, se lo metteva in spalla e se ne andava.
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di Redazione web