Gioco
Basket, coach Del Re e il trionfo di Montecatini in Coppa Italia: «Da giovane volevo smettere, una poesia di Kipling mi ha cambiato»
Il coach livornese, ha portato T-Gema Montecatini alla vittoria ribaltendo il pronostico: «Ramagli un modello, dopo tanta gavetta sogno di portare la squadra in serie A»
Nel portafoglio di Marco Del Re, coach della T-Gema Montecatini fresca vincitrice della Coppa Italia di serie B, c’è un foglietto piegato in quattro. Dentro c’è la poesia “If” di Rudyard Kipling. «La lettera – spiega l’allenatore livornese premiato da Meo Sacchetti come miglior tecnico del torneo – è rivolta al figlio. In un passaggio che ho fatto mio, dice più o meno così: “Se riuscirai a confrontarti con vittoria e sconfitta. E trattare allo stesso modo questi due impostori”, allora “sarai un uomo”». Raccontarlo oggi, dopo la più bella vittoria della propria carriera, sembra cosa facile. Ma chi conosce Del Re sa da dove è partito – nel 1995 in una squadra categoria ragazzi del Uisp Livorno – e le strade tortuose che ha percorso per arrivare ad alzare la Coppa Italia in uno dei templi del basket italiano, il palaDozza. «Sono fortunato – ammette – perché dopo trent’anni riesco ancora a fare la cosa che mi piace di più: allenare, anche se è la meno sicura a livello economico. Tanto che per anni, mia mamma – ex insegnate molto quadrata – ha continuato a mettere da parte annunci di lavoro che facessero al caso mio. Per fortuna adesso ha smesso».
Coach, sulla maglietta celebrativa c’era la citazione di una canzone di Vecchioni: “Sogna ragazzo, sogna”. Direi che ci avete preso. ..
«Quella è stata un’idea per lanciare la campagna abbonamenti. È legata al fatto che nel roster abbiamo due under che vengono dal settore giovanile, Cellerini e Albelli. Sono due montecatinesi doc. Lo spunto lo abbiamo cavalcato anche in Coppa Italia, una competizione che non era un obiettivo ad agosto, ma lo è diventato. Arrivati alle finali la società ci ha chiesto di provarci».
Forse anche perché l’anno scorso l’aveva vinta l’altra squadra di Montecatini, Herons, e non volevate essere da meno?
«Macché, nulla è legato alla rivalità o a dover pareggiare qualcosa. È una questione di immagine e prestigio a cui la società tiene molto, giustamente».
Quando siete tornati a Montecatini dopo la vittoria c’erano qualche centinaio di tifosi ad aspettarvi, non succedeva dai tempi di Boni e Niccolai...
«Anche a Bologna c’erano tantissimi tifosi, tanti li ho visti raramente alle partite casalinghe. Al Paladozza si erano messi dietro alla nostra panchina e ci hanno dato una grande spinta».
Avete finito di festeggiare?
«Personalmente posso aver bevuto una birra di più e perso la voce per qualche coro. Magari quando smetto me ne pentirò, ma non festeggio molto, l’appagamento dura 24 ore. Addirittura i ragazzi mi avevano chiesto di riprendere gli allenamenti mercoledì, invece oggi (ieri per chi legge) ci alleniamo. Penso che se ti fermi dopo un risultato non cresci mai».
La vostra vittoria è un esempio di come da sfavoriti si possa vincere: avete eliminato la prima del girone A, Legnano, e in finale la capolista del girone B, Roseto. Che poi è una bella lezione di vita in generale.
«Solo in parte è così. Eravamo quattro squadre tutte competitive. Il discorso che fa lei può valere quando in una competizione a otto vince l’ottava. Mi vengono in mente il successo della Glaxo di Alberto Bucci in Coppa Italia e la promozione di Montegrano in serie A1 con coach Pillastirni partendo dalla settima posizione».
Però avete vinto senza il miglior giocatore, Mateo Chiarini. Nel calcio si dice che in dieci si gioca meglio, nel basket senza la stella gli altri rendono di più?
«Purtroppo per Mateo, che è l’Mvp della serie B dello scorso anno, è il terzo infortunio in stagione. Averlo o non averlo fa la differenza, ma abbiamo trovato equilibri anche senza di lui. Ma vederlo piangere prima della partita perché non poteva giocare ci ha dato una spinta in più. E poi c’è un’altra cosa».
Quale?
«Che in squadra c’erano diversi giocatori, Stanic e Toscano, ad esempio, che in passato avevano perso diverse finali e volevano dimostrare qualcosa. Poi c’è la fame di un gruppo che non veniva da grande periodo ma si è compattato. Il paradosso è stato che in finale abbiamo vinto quando siamo andati sotto nel punteggio perché abbiamo continuato a difendere e crederci».
Spesso si vedono allenatori che prima delle partite fanno discorsi motivazionali. Lei cosa ha detto ai suoi giocatori prima della finale?
«Solo che eravamo dove volevamo essere contro la squadra che volevamo affrontare, visto che in campionato ci aveva battuto due volte».
Lei appartiene alla generazione dorata degli allenatori livornesi. A chi si sente più vicino?
«Ad Alessandro Ramagli. Gli ho fatto da vice al don Bosco e mi ha insegnato molto. Anche da un punto di vista caratteriale e professionale, anche se a un livello più basso, lo sento vicino: cultura del lavoro, attenzione, ma allo stesso tempo ci mette un secondo a fare una battuta e a farti morire dalle risate. Diciamo che io sono meno bravo e più cazzone. Qui a Montecatini, invece, uno storico dirigente, Maurizio Montiani mi paragona a Cacco Benvenuti, ma io non ci credo».
Lei ha allenato ovunque: Livorno, Venturina, Cecina, Grosseto, la A2 femminile a Battipaglia, Montegranaro, Firenze, Piacenza. Ha mai pensato: “Mollo tutto”?
«Una volta. Allenavo la squadra Propaganda a Venturina, alla finale provinciale contro la Pielle venni offeso per tutta la partita. Non ricordo nemmeno come andò. Ma a fine partita andai dai miei e dissi loro che non avrei continuato. È stata l’unico momento».
Ha visto cosa è successo a San Vincenzo, le botte tra genitori sugli spalti alla partita del minibasket?
«Certo. Ma è lo specchio di una società violenta e alla deriva. Succede a scuola: un bimbo prende un brutto voto e il genitori va a lamentarsi, o negli ospedali quando i sanitari vengono aggrediti. È un problema culturale. Nello sport non dico sia meglio avere dodici bimbi orfani, ma bisogna far capire ai genitori, più che ai ragazzi, che vincere non è la cosa importante».
Ultime due cose: a chi deve dire grazie?
«La lista è lunga. Domenica ho ricevuto tantissimi messaggi da gente che non sentivo da tanto tempo. Diciamo che il primo che ha creduto in me è stato Massimo Faraoni: mi chiamò al Don Bosco appena presi al tessera di allenatore di base».
Il suo sogno oggi?
«Portare Montecatini in serie A per fare un regalo alla piazza e a chi ha investito nel progetto. E poi restare i più possibile nel basket cercando di lasciare qualcosa di mio nelle persone che incontro: allenatori, tifosi, staff». l
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