Il Tirreno

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Olimpiadi: il personaggio

I segreti di Sarah Fahr, la Pantera di Piombino: la famiglia e gli aneddoti dei suoi primi allenatori

di Gabriele Buffoni
A sinistra Srah Far con il padre e il fratello dopo la medaglia d'oro
A sinistra Srah Far con il padre e il fratello dopo la medaglia d'oro

Il coach ai tempi delle giovanili nel Volley Piombino: «Quella bambina mi colpì per il talento eccezionale»

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PIOMBINO. Sotto la cappa asfissiante di un primo pomeriggio agostano, Piombino si scuote dal torpore e si riempie di grida di gioia e d’orgoglio per la sua Sarah Fahr.
L'attesa e il trionfo
Il Comune qui non ha previsto maxi-schermi, non ci sono iniziative nei bar o punti di ritrovo dove vedere la finale dell’ItalVolley femminile alle Olimpiadi di Parigi tutti insieme. Eppure sulle spiagge affollate della Costa Est o di Baratti l’attenzione di tutti i piombinesi che si sono riversati al mare è sugli schermi degli smartphone. E in centro città basta passeggiare per le strade vuote per sentire un po’ da tutte le finestre lasciate semi-aperte, nella speranza di far entrare un refolo di vento, le urla di gioia dei telecronisti alla tv: «È oro! È oro! Campionesse!». L’impresa contro gli Stati Uniti è riuscita, la vittoria è stata schiacciante. E Piombino può godere della prima medaglia olimpica della sua storia («ed è pure una medaglia d’oro», esulta il sindaco Francesco Ferrari, a sua volta in spiaggia, sul litorale di Carlappiano, intento a vedere la partita) grazie alla sua eroina della pallavolo, la “pantera di piazza Bovio” che dopo aver fatto l’en plein di titoli con Conegliano ha raggiunto quell’oro olimpico che per il volley italiano è sempre stato in bilico tra il sogno proibito e la cruda maledizione.
Mamma, papà e il fratello
La famiglia di Sarah è tutta a Parigi: la mamma ex pallavolista, il babbo Florian – titolare di un’impresa di servizi di supporto alla nautica a Salivoli – e il “fratellino” (si fa per dire: supera i due metri di altezza) Gianluca l’hanno raggiunta a Parigi sabato sera. Giusto in tempo per godersi con lei il momento più magico. «Comunque vada non potrei essere più orgoglioso di così – aveva rivelato al Tirreno il babbo di Sarah poche ore prima di imbarcarsi sul volo per la capitale francese – per lei e per tutto il movimento italiano già la finale è qualcosa di eccezionale. L’emozione è tantissima per tutti noi». Ma la speranza di compiere quell’ultimo passo verso la gloria, solo frenata forse da un po’ di scaramanzia, alla fine è diventata realtà.
I primi allenatori
«Nessuno merita questa medaglia d’oro più di Sarah – racconta Maurizio Vittorini, suo ex allenatore nel Volley Piombino quando aveva appena 14 anni, appena prima che compisse il balzo verso la pallavolo “dei grandi” trasferendosi a Novara – fin da piccola era un’atleta speciale, di quelle che ogni coach sogna di allenare. Certo, ha delle doti fisiche che la rendono sicuramente un talento naturale. Ma il suo vero asso nella manica è una predisposizione al sacrificio che si trova solo nei grandi campioni», dice ancora Vittorini, che poi svela un aneddoto. «Me la ricordo bene, Sarah, quando alla fine dell’allenamento con tutta la squadra mi chiedeva di restare una mezz’oretta in più con lei per provare a migliorare alcuni aspetti del suo gioco che non la soddisfacevano. Questa medaglia olimpica nasce da lì – spiega Vittorini – da quella voglia di migliorarsi sempre e di non mollare mai, neppure dopo due infortuni pesantissimi al crociato come quelli che ha dovuto sopportare lei. Mi perdoni – conclude, trattenendo a stento l’emozione – ma oggi sono orgoglioso come se fosse mia figlia: ci siamo sempre tenuti in contatto e oggi più che mai sono onorato di averla potuta allenare anch’io». A Piombino la storia della pantera di Conegliano la conoscono tutti. Negli occhi dei piombinesi quella bimba bionda dal sorriso contagioso, nata in Germania ma trasferitasi nella città dell’acciaio giovanissima per seguire il padre nel suo lavoro, non ha mai smesso di vestire la maglia della locale società di volley. Quella dove ha mosso i primi passi, “costretta” a cambiare sport a causa della sua altezza «anche se la sua prima scelta era la ginnastica – ricorda Stefano Ceccarelli, il suo primo coach – ma si integrò subito: quando la allenavo era all’avviamento del volley, aveva 10 anni e già mostrava tutto il suo talento. Furono i legami con le coetanee a farle piacere la pallavolo – conclude – e da quel momento Sarah ha potuto spiccare il volo portando il nome della nostra città più in alto di chiunque altro».

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