Finanza
Filippo Macchi al Tirreno: «La stoccata per l’oro era buona, mi sogno ancora quella maledetta finale»
Lo schermidore toscano: «L’ossessione olimpica è stata benzina, ora guardo già a Los Angeles 2028 e intanto tifo il mio grande Pisa»
PISA. Da debuttante olimpico, si è messo al collo due medaglie, d’argento. Sorride Filippo Macchi, il fiorettista pisano, nello specifico cascinese, figlio e nipote d’arte, «cresciuto a latte e scherma». Perché sì, avrebbe potuto finire meglio, ma era più facile fare peggio». È tornato a casa da poche ore, dopo aver vissuto l’esperienza più incredibile, «quella sognata costantemente da tre anni a questa parte» e già guarda al futuro. Qualcosa è rimasto in sospeso, l’oro e il gradino più alto del podio sono solo rimandati. Di quattro anni. «Gli occhi sono già puntati su Los Angeles 2028. Si comincia a lavorare subito». Questione di passione, prima di tutto. Quella trasmessa ai parigini al Grand Palais, capaci di gridare in 8mila il suo nome: “Filippò, Filippò”.
Filippo che cosa è stata per lei questa prima Olimpiade?
«Un’ossessione, ma non in negativo. Anzi, è stata l’ossessione più bella. Negli ultimi tre anni, ho sempre pensato alla pedana del Grand Palais. Mi ripetevo sempre: “Ricordati che quello è il tuo sogno: vincere a Parigi”. È stata benzina. Ho lavorato quotidianamente per visualizzarmi sul gradino più alto del podio. Pensavo di avercela fatta, invece devo ricominciare da capo, guardando a Los Angeles 2028».
Cosa è successo in quell’ultima stoccata nell’individuale?
«Quella stoccata l’avevo sentita mia. Parlo della prima delle tre. A caldo ho evitato qualsiasi tipo di commento, perché non avevo rivisto le immagini. Me la sono sognata diverse volte e sono sempre convinto che quello fosse un attacco mio. Resto dell’idea che non ci sia stata malafede: piuttosto avrei dovuto chiudere l’assalto prima, quando ero sul 14-12. Ho avuto un po’ di sfortuna: l’avevo pure preso Cheung, ma non si è accesa la luce. Gli errori arbitrali ci sono, a favore o contro: è giusto che il mio rivale, bicampione olimpico si goda la sua medaglia».
E l’argento a squadre?
«Quell’argento ha un sapore diverso, anche alla luce del cambiamento a cui ci siamo dovuti adattare. Daniele Garozzo, un perno fondamentale nonché il capitano della squadra, ha avuto un problema al cuore e si è dovuto ritirare. Lui, in pedana, chiudeva. Non è stato facile ricompattarsi. Anche per questo dico che è stata una medaglia bellissima. Alessio Foconi è entrato in gara a freddo: io avevo un problema al braccio, ma avremmo comunque fatto di tutto per farlo salire in pedana. Meglio un argento in quattro che un oro in tre. C’è una regola sciocca, nella scherma olimpica, secondo cui se un atleta non tira non prende la medaglia. Noi avevamo deciso che Alessio avrebbe dovuto esserci».
Sul podio lei chi ha portato?
«Tantissime persone. Il ricordo di mio nonno Carlo, quasi un secondo padre, e quello del maestro Antonio Di Ciolo».
La scherma, per lei, è questione di dna.
«Sì. I miei genitori si sono conosciuti in pedana, io vengo da una palestra dove la presidente è mia nonna, il maestro principale era mio nonno Carlo. La mia fidanzata Giulia (Amore, ndr) fa scherma: sua mamma Diana (Bianchedi, ndr) ha vinto due Olimpiadi».
Lei viene da una terra di scherma: c’era anche Pisa a Parigi?
«Io sono un pisano doc, un cascinese doc. Pisa e Cascina le porto nel mio cuore, sono “malato” del Pisa. Questa è la città che mi ha cresciuto, mi ha fatto diventare uomo. Senza il mio maestro attuale, Marco Vannini non sarei arrivato fin qui. Sì, lui è livornese ma di scuola pisana, perché è nato e cresciuto con Antonio Di Ciolo. Io ho un po’ di Livorno addosso e lui ha tanto di Pisa».
Quale il messaggio che le ha fatto più piacere ricevere?
«Sono due. Il primo me lo ha mandato prima della gara individuale mio fratello Francesco, molto introverso: mi ha sorpreso. Mi ha detto di portare sulle pedane la nostra famiglia, nonno Carlo e di far risuonare il nome Macchi in tutto il mondo. Il più bello ricevuto dopo è stato della mia fidanzata. Nell’ultimo anno ha vissuto il lato più brutto di me e ora sta vivendo quello più bello. Si dice che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna: non so se io sia un grande uomo, ma lei sicuramente è una donna straordinaria».
RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
