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L’intervista

Lamberto Piovanelli, dalla grande gioia alla disperazione: i 9 giorni che hanno cambiato la sua carriera

di Luca Tronchetti

	Piovanelli con Diego Pablo Simone e con Luciano Spalletti
Piovanelli con Diego Pablo Simone e con Luciano Spalletti

Gli inizi alla Cattolica Virtus, l’amicizia con Luciano Spalletti, l’incontro con Gigi Simoni, gli infortuni e l’esperienza alla Juventus: l’ex bomber del Pisa si racconta

08 luglio 2024
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Partendo dalla gavetta è arrivato a un passo da quel debutto in maglia azzurra assaporato seduto in panchina pochi giorni prima che un destino infame gli girasse le spalle sotto forma di infortuni in grado di condizionare la sua carriera e costringerlo a un precoce ritiro a 31 anni.

Il calcio è un affare di famiglia per Lamberto Piovanelli, fresco sessantenne: dallo zio Giuliano, oggi 93 anni, ex calciatore di Lucchese, Palermo e Taranto e poi allenatore a Brescia, al fratello Alessandro attaccante di Pontedera e Viareggio in C2 sino al cugino Simone punta del Mantova a Treviso anni Ottanta. Giugno è il suo mese: è nato il 26 e il 21, grazie a quel gol allo Zini di Cremona che nel 1987 regalò una storica promozione in A al Pisa. Ha assistito alle partite dell’Italia anche perché in panchina era seduto uno dei suoi più cari amici: Luciano Spalletti. «Ci sentiamo almeno una volta al mese. Abbiamo giocato insieme all’inizio degli anni Ottanta per due stagioni con il Castelfiorentino in Interregionale. Era la stella della squadra, con la categoria non c’entrava nulla. Il sabato il ritiro per lui era un optional: dopo la mezzanotte lo potevi trovare in discoteca. È per questo che non ha mai giocato in serie A pur avendo qualità da vendere per sfondare come calciatore. Fosse stato brutto come me ci sarebbe riuscito». Come allenatore però Spalletti non si discute: «Ha fatto anche troppo a portare gli azzurri agli ottavi. Dove sono i Conti, i Tardelli e i Rossi del 1982 oppure i Del Piero, i Totti e i Buffon del 2006? Se proprio devo fargli un rimprovero è quello di non aver convocato di Orsolini, che poteva dare imprevedibilità»

Le origini

Nasce nel quartiere popolare dell’Isolotto hinterland di Firenze. «Con gli amici si giocava dalla mattina alla sera con mamma Pasquina a sgridarci non appena rincasavi con le ginocchia sbucciate, i pantaloni strappati e le scarpe da risuolare». Logico che babbo Egidio, titolare di un’officina meccanica, decida di accompagnare il piccolo Lamberto, e il fratello maggiore Alessandro, nel settore giovanile della Cattolica Virtus, il più importante vivaio toscano dove aveva mosso i primi passi un certo Paolo Rossi: «Ero tifoso della Fiorentina e sin da piccolo mio padre mi portava in Maratona. Sognavo di emulare il mio idolo, Giancarlo Antognoni, che vidi debuttare in serie A: che emozione quando sono riuscito a stringergli la mano indossando la casacca dell’Atalanta».

Il pane duro dei dilettanti

A 16 anni la decisione di passare agli Allievi Regionali dello Staggia: «Qualche apparizione in prima squadra che faceva la Promozione. Da attaccante affrontavo difensori di 30-35 anni. Certe “lecche” quando l’arbitro non vedeva! ” Poi il passaggio in D nel Castelfiorentino con due secondi posti e 20 reti in 24 mesi». La svolta arriva durante un’amichevole a Castelfiorentino contro la Fiorentina: «Mi presi con Massaro che faceva il fenomeno. Non sapevo che a vedermi c’era Toniolo Bongiorni, talent scout dell’Atalanta, che segnalò me e Pepi alla società orobica. Passai dalla IV serie alla A».

Sonetti e Simoni

Senza Nedo Sonetti la sua carriera non sarebbe mai decollata: «È stato un padre, gli devo tutto. Mi ha insegnato la cattiveria agonistica. È arrivato a battere i pugni sul tavolo pretendendo che il club portasse il mio stipendio a un milione al mese perché a Bergamo prendevo poco più rispetto ai dilettanti». L’anno successivo Piovanelli è alle prese con il servizio militare e si concretizza il trasferimento dell’attaccante al Pisa in cambio di Progna e un bel gruzzolo per il presidente Anconetani. È lì che vince il suo primo campionato cadetto ed entra nella leggenda del club come attaccante del Secolo: «Se sono rimasto a vivere in questo luogo, se sono diventato un idolo dei tifosi, se sono l’ultimo attaccante ad aver conquistato due promozioni in A del Pisa lo devo a una persona: Simoni. Ha incarnato l’eleganza, la pacatezza, la signorilità e l’intelligenza calcistica. Uno così non l’ho più incontrato ».

Maledizione bianconera

Nella massima serie i nerazzurri partono con il piede giusto e il “Piova” in tandem con Padovano incanta. Di lui si interessa la Vecchia Signora e il Ct azzurro Azeglio Vicini. «È stato l’apice della mia carriera. A dicembre avevo già messo a segno 8 gol. Ero in stato di grazia tanto che la nuova governance bianconera - Montezemolo e Maifredi - mi mise gli occhi addosso». Contestualmente arriva anche la convocazione in Nazionale: «Mancini si era infortunato e per le qualificazioni ad Euro 92 Vicini mi convocò nella trasferta di Cipro. Nel volo privato Pisa-Roma che Anconetani organizzò mi disse che potevo scegliere se andare alla Fiorentina o alla Juventus. Optai per la Vecchia Signora e mal me ne incolse». Nel giro di nove giorni passò dalla gioia per la convocazione in azzurro alla disperazione per un infortunio: «Il 30 dicembre all’Olimpico contro la Lazio, da capitano del Pisa dopo otto minuti mi ruppi la gamba destra». Piovanelli rientra tre mesi dopo: troppo presto. «Contro il Milan all’Arena Garibaldi mi spezzai di nuovo la stessa gamba: sei mesi da incubo. Ma la Juve tenne fede alla parola data. Versò 4 miliardi al Pisa e venni convocato al ritiro a Villar Perosa dal Trap». Durò poco. «20 giorni e l’avventura finì senza mai mettere piede in campo». Il ritorno a Bergamo e Verona fu deleterio per le giunture dei suoi martoriati ginocchi. «Quando tornai al Bentegodi e vidi Pippo Inzaghi capii che per me ci sarebbe stato poco spazio. La mia avventura con il pallone finì lì.

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