Gioco
La squadra lascia il campo per razzismo e perde a tavolino: il caso in Toscana e il sospetto della "scusa" per evitare la sconfitta
Seconda categoria, tutti i giocatori abbandonano il terreno di gioco dopo la presunta offesa a un compagno: l’arbitro non sente e il giudice sportivo sentenzia lo 0–3 a tavolino
La frase razzista, pesante, improvvisa come uno schiaffo in pieno volto. Il ragazzo di colore, senza pensarci due volte, dice che basta così: non gioco più, me ne vado. Punta il dito contro l’avversario che, ben oltre il raptus agonistico, si sarebbe fatto sfuggire quella odiosa espressione: sei stato tu, io lo so, tu lo sai. Nel giro di qualche secondo, la decisione: l’intera squadra si schiera con il compagno, nel frattempo espulso dall’arbitro: tutti fuori dal campo. «C’è stato questo contatto abbastanza duro all’altezza della nostra panchina – ha raccontato uno dei giocatori – io ero dall’altra parte del campo ma ho visto un gran parapiglia e il nostro compagno di squadra che si avviava verso lo spogliatoio. Il mister ci ha fatto segno di uscire anche noi, non avevo mai vissuto una situazione del genere». La partita finisce qui: per tutti, non per l’arbitro. Che prende atto, ma nel suo referto non cita la frase razzista, dice di non averla sentita. E il giudice sportivo, dopo aver sospeso l’esito della gara (Asciano-Rapolano, siamo nel girone senese della Seconda categoria), sancisce la vittoria a tavolino dell’Asciano, che peraltro al momento dell’interruzione era in vantaggio per 3-1. Niente, come se l’episodio non fosse mai accaduto: la beffa oltre al danno, continuano a sostenere quelli del Rapolano. Una parola contro l’altra, l’accusa e il silenzio. Brutta storia, e non è la prima nel calcio dilettantistico, purtroppo.
Il giudice sportivo
«Dal rapporto di gara – scrive il giudice sportivo nella motivazione della decisione – si rileva che la partita è stata sospesa al 15’ del secondo tempo per abbandono del Rapolano Terme. L’arbitro afferma che in seguito all'espulsione di un proprio calciatore l'intera squadra del Rapolano ha abbandonato il terreno di gioco e allega una dichiarazione sottoscritta nell'immediatezza dal capitano della squadra e da un dirigente con la quale motivavano l'abbandono del terreno di gioco per frasi razziste nei confronti di due componenti della squadra». Il giudice sportivo dunque ha sentito la versione dell’arbitro, che però ha confermato di «non aver udito alcuna espressione di discriminazione razziale in campo».
Il sospetto
Per questo, pur in considerazione della gravità dei fatti denunciati dalla società Rapolano Terme, la decisione di abbandonare il terreno di gioco non rientra nelle facoltà consentite alle squadre, sottraendosi di fatto alla direzione di gara affidata all'arbitro. La decisione irrevocabile e unilaterale del Rapolano appare ingiustificata e potenzialmente strumentale ad ottenere un esito di gara favorevole rispetto a quello ottenuto in quel preciso momento di gara. Il risultato infatti era di 3-1 in favore della Virtus Asciano. Difatti, pur in presenza di gravi ma isolate offese anche di stampo razziale, si poteva successivamente ricorrere alla giustizia sportiva per sollecitare una indagine volta all'individuazione dei responsabili di siffatti odiosi comportamenti, senza perciò pregiudicare il regolare svolgimento della gara sul campo». In altre parole, depurate dalla burocrazia applicata al pallone, aleggia il sospetto da parte dell’organo giudicante che il presunto caso di razzismo possa essere stato solo un espediente per trasformare una probabile sconfitta in vittoria a tavolino. E dunque le frasi discriminatorie verso i due calciatori sarebbero state in qualche modo ingigantite per ottenere un vantaggio di carattere sportivo. Comunque vada, un pasticciaccio brutto: il calcio di paese non è soltanto romanticismo, ahinoi.l
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