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Calcio: il personaggio

Baldanzi, quando il talento di Castelfiorentino faceva i mercati coi genitori e studiava Dybala alla tv: ora può ereditare la sua maglia della Roma

di Francesca Bandinelli
A sinistra Tommaso Baldanzi bambino con la maglia del Castelfiorentino, a destra con quella della Roma
A sinistra Tommaso Baldanzi bambino con la maglia del Castelfiorentino, a destra con quella della Roma

Nato a Poggibonsi, sbocciato ad Empoli. Il ricordo del suo primo dirigente: «Sapeva prendersi le responsabilità, era un leader»

02 febbraio 2024
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CASTELFIORENTINO. A piccoli passi, toccando rapidamente il pallone, genio e imprevedibilità: Tommaso Baldanzi, dopo aver studiato in tv il meglio da quelli che ha sempre ritenuto essere grandi campioni, si prepara a osservare da vicino uno dei suoi idoli. Sì, perché d’ora in avanti, dividerà lo spogliatoio con quel Paulo Dybala indicato come uno dei punti di riferimento, al pari di Messi, altro argentino dal piede fatato. Ha lasciato Empoli giovedì 1 febbraio, diretto nella sponda giallorossa della capitale, e ora il folletto nato a Poggibonsi, legatissimo a Castelfiorentino e Empoli, è pronto per la sfida più grande, conquistare la Roma e i suoi tifosi, riuscendo ad entrare in quella classifica di merito dove, qualche tempo fa, lui stesso faticava ad inserirsi. «Dybala, in una scala da uno a 10 forse è 10 ed io non sono ancora nella scala», disse in una intervista. «È un calciatore a cui mi ispiro perché ricopre il mio stesso ruolo, siamo giocatori con movenze molto simili». Guai però a spendere troppe parole, meglio un dribbling in più in campo e un assist vincente. Baldanzi è abituato a fare così, a sudare più che parlare, cercando di assorbire tutti i consigli, anche a costo di incassare qualche colpo, come accaduto con Buscé, ai tempi della Under16 con l’Empoli. Aveva cominciato la partita non in maniera impeccabile. Quando però l’allenatore lo prese da una parte e gli ribadì che, per fare la differenza, avrebbe dovuto mettere in campo tutto quello che aveva dentro, non se lo fece ripetere due volte. La svolta è arrivata in quel preciso istante, sommatoria perfetta dei consigli tecnici e dell’esempio avuto in famiglia. Sì, perché il significato della parola “sacrificio” Baldanzi lo imparato a casa, osservando i suoi genitori: a volte, ci è andato anche lui ai mercati nella zona di Siena dove babbo e mamma lavoravano vendendo abbigliamento da donna. Quando non aveva voglia di andare a scuola (ha studiato ragioneria, materia preferita inglese), li seguiva. Non lo hanno forzato nella scelta di racchiudere i propri sogni dentro a quel pallone, ma sono diventati i suoi primi sostenitori.
Il tatuaggio
Così il “piccolo Buddha”, soprannome che gli ha dato proprio Buscé nelle giovanili azzurre («perché facevo impazzire gli avversari», sprigionando calma serafica), ha imboccato l’autostrada giusta, quasi una corsia preferenziale verso il successo. Non è mai cambiato Tommaso, era così anche a 5 anni quando ha cominciato a giocare a pallone, a Castelfiorentino, poco più in là della strada di casa. Il primo cartellino, targato “settore giovanile e scolastico”, è del 2008: sguardo vispo e sorriso genuino, il piccolo Baldanzi si è affacciato così sul rettangolo verde. Ad accompagnarlo al campo, spesso c’era il nonno: camminavano insieme, per mano. E questa immagine, forte nella sua bellezza, Tommaso se l’è tatuata sulla pelle. Il piccolo Baldanzi, con la maglia numero 10 sulle spalle – perché lui 10 lo è sempre stato – e accanto il nonno: non un passo più avanti e non uno più indietro. C’è una frase, sotto a questa immagine disegnata addosso, “you’ll never walk alone”. No, l’inno del Liverpool non c’entra niente: “non camminerai mai solo”, perché l’affetto per quest’uomo, il giovane Baldanzi, non l’ha mai messo in secondo piano. Magari, subito dopo il gol alla Juventus, l’ultimo con la maglia dell’Empoli e quello capace di gelare lo Stadium, lo sguardo rivolto verso il cielo era proprio una carezza verso di lui.
Gli esordi
«Il primo cartellino gliel’ho fatto io – ricorda Massimo Bonin, che si occupa della segreteria del Castelfiorentino –. Vederlo in campo, fin da piccino, era uno spasso: abbiamo capito subito che la natura gli aveva dato qualcosa in più. Giocava spesso con i bambini più grandi, ma la differenza non si vedeva». Paolo Cioni, che in quegli anni del Castelfiorentino era dirigente, ricorda invece la determinazione di quel bimbetto. «Sapeva prendersi le responsabilità, era un leader. E poi ne ricordo la rettitudine e la correttezza. Mai una parola fuori posto e sempre un sorriso stampato sul volto. Qui, è sempre tornato: sugli spalti, a vedere gli amici giocare, gli stessi a cui è rimasto legato». A Empoli è arrivato subito dopo: giusto il tempo di essere notato dagli scout azzurri ed il salto è stato immediato. È così che ha bruciato le tappe, debuttando nel calcio professionistico a 20 anni, il 28 ottobre 2017, in Coppa Italia col Benevento, inventandosi l’assist per il 4-2 di Mancuso, e affacciandosi per la prima volta in A due anni dopo, il 22 maggio 2022, nella sfida vinta contro l’Atalanta. Ha lasciato l’Empoli dopo aver indossato quella stessa maglia per 13 anni, vincendo un campionato Under 16, uno scudetto Primavera – laureandosi come miglior giocatore della competizione – ed essere arrivato fino alla Nazionale, prima con le giovanili (compreso il secondo posto al Mondiale Under 20) poi con la Under 21, senza dimenticare la chiamata di Mancini per lo stage riservato ai migliori talenti. Ora, toccherà a lui misurarsi con la sfida più intrigante, nella piazza che si è esaltata con la classe di Francesco Totti, la cui 10 è rimasta lì, in attesa di un erede. Baldanzi, con l’Empoli, non si è mai staccato dal numero 35: la missione, adesso, è proprio quella, provare, col tempo, ad afferrarla. E a farsi 10 nella città eterna.
Il saluto
Attraverso i social ha salutato tutti, pubblicando le immagini dei momenti indelebili degli anni in azzurro. «Voglio ringraziare tutti, iniziando dalla famiglia Corsi, i tifosi, gli allenatori e i compagni. Mi avete insegnato non solo a giocare a calcio, ma anche a saper stare al mondo. È stato un viaggio fantastico, farò sempre il tifo per voi».

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