Gioco
Quando De Rossi era un bambino biondo nello stadio del Livorno: «Un giorno allenerò la Roma», ora il sogno è realtà
Finita l'epoca Mourinho, Capitan Futuro approda sulla panchina dell’anima: così si chiude un cerchio di passioni
Il destino in una foto. Immagine vecchia di quasi 40 anni, aria di anni calcio anni Ottanta. Un bambino biondissimo affida la manina alla stretta del papà calciatore: Alberto De Rossi, libero elegante ed evoluto del Livorno, campionato di Serie C. Quel bambino, se notate, guarda lontano, oltre gli spalti della gloriosa Ardenza, dove il verde si fonde con l’azzurro del mare e poi via, verso l’orizzonte. Quell’angioletto biondo si chiama Daniele De Rossi, ha soltanto tre anni.
«Diventerò un calciatore della Roma, e poi ne sarò l’allenatore»: pensieri affidati alla cameretta di Ostia, ai primi calci, all’adolescenza divisa tra i campetti della sterminata periferia capitolina e la protezione di una famiglia sana e unita, che di calcio vive (papà Alberto da decenni è il deus ex machina delle giovanili di Trigoria) e che sa quanti sacrifici, quante privazioni, quante rinunce pretende l’amore cieco e incondizionata per una maglia ma ancora di più, per un ideale. Perchè questo è la Roma: un ideale, uno stato dell’anima, una perenne sfida con una città innamorata e gelosa del suo sentimento, che vince ogni 40 anni e quindi si strugge quasi compiacendosi della sua sorte grama, del romanismo come veicolo di dannazione ed eterna sofferenza.
Daniele De Rossi, Roma e la Roma si sono giurati amore eterno da sempre, magari da quel pomeriggio di sole allo stadio di Livorno dove sognare era così normale: bello pensare che tutto sia partito da lì, e che il tatuaggio che ricalca quella foto sulla coscia di Daniele ne sia la conferma.
Amore unico per una maglia, come quello di Francesco Totti, un sentimento cieco e totalizzante: anche quando ha regalato il sangue, i garretti e qualche lacrima ad altre cause come la Nazionale, Daniele non si è mai veramente spostato da Trigoria e dall’Olimpico. Un ragazzo bravo e umile, profondo come pochi altri nel mondo del pallone, schiavo del suo accento forte da Trilussa e della sua passione per una bandiera, tanto da accettare il ruolo di primo violino quando sul palco del direttore d’orchestra c’era l’altro, il Pupone di Porta Metronia, il ragazzo baciato dagli Dei con quel destro onnipotente, la sfrontatezza quasi violenta dei Predestinati, quelli che nascono ogni milione di calciatori.
Lui, Daniele, campionissimo condannato al cono d’ombra di un marziano, il primo giocatore italiano davvero box to box, direbbero gli inglesi, ovvero capace di spazzare la propria area e venti secondi dopo materializzarsi per segnare dalla parte opposta, esaltato nella tonnara di centrocampo, pronto allo sganciamento criniera al vento. Non un santo, e perchè doveva esserlo: le dava e le prendeva, le ferite evidenti e quelle morali, l’etichetta di Capitan Futuro che inorgogliva ma sottintendeva un traguardo che sarebbe arrivato domani, mai oggi. Il ritiro dell’amico-cono d’ombra Totti, le ultime stagioni, la romantica conclusione di carriera al Boca Juniors, la squadra argentina più romanista che si può, con quella Bombonera che profuma tanto di Raccordo Anulare.
«Un giorno allenerò la Roma», il mantra ripetuto anche nel 2020, nel funesto momento del Covid con il calcio che si fermava. La panchina della Spal, poca fortuna ma un tirocinio vero, amaro, pesante, autentico. Un giorno tornerò da te, mamma Roma: eccolo, il giorno. Quando alle 9,30 di martedì 16 gennaio è finita la Messa pagana officiata dal guru portoghese, che ha abbagliato una città che altro non chiedeva se non urlare e soffrire con lui, Daniele ha capito che quel bambino al centro dello stadio di Livorno già sapeva tutto. Sapeva che la panchina della sua squadra aspettava lui, predestinato d’amore, una delle storie incredibili che soltanto il calcio sa e può raccontare. È solamente amore, per dirla con il menestrello giallorosso, Antonello Venditti, forse anche lui sapeva già tutto quando si sedeva al pianoforte. Si rimette al volante, Daniele De Rossi. Dalla spettacolare casa con vista Castel Sant’Angelo a Trigoria, tutti i giorni, come un pendolare dell’amore. Per spiegare a Lukaku, a Dybala, a Pellegrini che la Roma vuol dire anzitutto rispetto e amore per la propria gente.
Amore: quante volte l’abbiamo scritto. Ma in questa storia che assomiglia tanto a un romanzo, altra parola non c’è. Quel bambino biondo lo sapeva bene.
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