Il dolore
Quelli del porta a porta: prima di Provedel, i numeri uno che hanno fatto la giocata da bomber
Il gol del portiere laziale in Champions League rovescia la geometria del calcio. Da Amelia a Taibi, la rivincita del ruolo più solitario
Un sogno ad occhi aperti. Trascorri una vita solitaria, in costante equilibrio sul crinale tra prodezza e papera, poche volte eroe e spesso capro espiatorio, sbertucciato dai tifosi e dalla stampa quando sbagli l’intervento, un pianista cui è troppo facile sparare. Chi sceglie di fare il portiere sa di condannarsi a una vita di solitudine, appoggiato al palo mentre i compagni attaccano, ripiegato su te stesso quando il nemico, ad ondate, si avvicina. Combattendo l’errore, unico vero nemico di chi indossa la casacca numero 1.
Ma a volte succede l’impossibile, il momento di gloria, la deflagrazione improvvisa che ti riscatta e ti fa provare cosa prova l’attaccante quando la mette alle tue spalle. Chissà cosa si è agitato nel petto di Ivan Provedel, razza furlan, solido portierone formatosi nella tonnara delle categorie minori prima di sbarcare a Empoli e poi Spezia, prima della consacrazione alla Lazio. La forza della disperazione lo ha spinto lassù, al morire del cronometro, nel mezzo della difesa al titanio del Cholo Simeone. Come in un film ha visto partire la parabola, dolce e arcuata, disegnata dal piede fatato di Luis Alberto, non a caso chiamato il Mago. Quella palla si avvicina, suadente, e Ivan si accorge di essere solo davanti a Oblak, collega con i controfiocchi. Gli occhi che si chiudono, la palla percepita come con un radar: l’impatto con la fronte, gli occhi che si riaprono, il boato selvaggio dell’Olimpico. Gol, pareggio, gloria sempiterna: quando segna un portiere il mondo si rovescia, lo stupore strappa via la razionalità. Mamma mia, che momento: varrebbe una carriera se Provedel non fosse ancora un ragazzo e di emozioni ne merita ancora tante.
Chi ha già ribaltato il mondo conosce quel tumulto di sentimenti. Come Marco Anelia, che con la maglia del Livorno la mise dentro in Coppa Uefa sul campo del Partizan, il 2 novembre 2006. «Ivan ha fatto un grandissimo gol e ne sono molto contento, siamo amici, abbiamo giocato insieme a Perugia, per me è come un figlioccio e se lo merita. Faceva freddissimo a Belgrado – ricorda Amelia – impressionante. Il ricordo che ho è che ho segnato all'86' e abbiamo avuto altri 10 minuti circa per cercare di vincere la partita o mantenere il pareggio che ci serviva. La mia è stata una salita anomala perché io sono andato quando mancavano ancora quasi 5 minuti più recupero, però faceva freddo, avevamo anche un uomo fuori e il ricordo è stato che mentre salivo tutti mi dicevano che era presto, di non andare e mi sono preso solo insulti calcistici, che un secondo dopo si sono trasformati in esultanza... sobria, ho rotto una costola a mister Arrigoni da quanto ero felice».
Massimo Taibi quell’emozione la visse nel 2001 in un Reggina-Udinese. «Quando ho visto che Provedel andava in avanti un po' ci ho sperato e quando ha segnato sono impazzito di gioia per lui, perché so che significa per un portiere segnare un gol, una cosa che non capita mai, ma quando succede, vai fuori di testa. Per Ivan è già la seconda volta (lo fece anche con la Juve Stabia) ha movimenti da bomber vero, sembrava Ciro Immobile. Io l’unica cosa che ricordo è l’emozione che avevo dentro di me».
«Fidatevi di uno che ha giocato in porta, ma che poi ha chiuso la sua carriera da attaccante: nel gol di Provedel non c'è stata solo casualità», spiega Marco Ballotta, ex portiere della Lazio. «Ho letto la storia di Provedel ed è un po’ simile alla mia: anche io ho iniziato facendo l'attaccante, poi pian piano ho arretrato arrivando a difendere i pali. Se vedete bene il movimento che ha fatto prima del gol, non è una cosa casuale. È andato lì per provarci e quando il primo corner è stato rinviato non è tornato indietro come avrebbero fatto in molti: è rimasto lì». Poi è arrivato quel cross troppo bello per restarlo a guardare. Dall’altra notte Ivan si sentirà meno solo, laggiù tra i pali.
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