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Non s’è ancora desta. Italia, nemmeno Spalletti cancella la maledizione Macedonia

di Giorgio Billeri
Non s’è ancora desta. Italia, nemmeno Spalletti cancella la maledizione Macedonia

Immobile illude l’Italia, poi il calo: nel girone si fa dura perché siamo già con l’acqua alla gola

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La maledizione della Macedonia si abbatte anche sulla prima di Luciano Spalletti. Che ha capito che il suo lavoro sarà lungo e soprattutto difficile: siamo già con l’acqua alla gola nel girone di qualificazione all’Europeo. Qualche bagliore, qualche traccia del credo calcistico di Luciano, tanti sprechi, il golletto di Immobile e poi il crollo atletico, con quel pareggio beffa su punizione sul quale Donnarumma qualche colpa ce l’ha.

Quattro allenamenti non possono bastare per giudicare il nuovo ct: certo, una grande svolta non è arrivata, l’Italia continua a soffrire e non s’è ancora desta. E la sabbia nella clessidra verso l’Europeo sta scorrendo inesorabilmente.
Il romanzo dell’uomo di Certaldo parte da qui, da uno stadio troppo grande per essere pieno, da un terreno di gioco dissestato: la periferia profonda del grande calcio, insomma. Ma tutta l’Italia sta incollata al teleschermo, perché come in ogni prima volta la curiosità si fa morbosa. Dal freddino Mancini a Luciano il toscano, che non sta mai fermo, che scrive e pensa mentre lassù, in tribuna, fa un certo effetto vedere Gigi Buffon, giacca e cravatta, che intona l’inno accanto al presidente Gravina. E poi ci sono loro, i “maledetti” macedoni, onesti lavoratori della pelota che ci hanno soffiato un Mondiale, e dobbiamo batterli.

Chiudiamo gli occhi, e immaginiamo cosa pensa Luciano. Vede Zaccagni a sinistra e pensa a Kvara, Politano a piede invertito a destra che interpreta se stesso. Immobile dovrebbe fare l’Osimhen, Lobotka qui non c’è, lo impersona Cristante, con Tonali e Barella incursori. Di Lorenzo non ha bisogno dello spartito, lui recita per Spalletti da anni e fa la parte dell’esterno-regista-incursore, pirandellianamente uno nessuno e centomila.
Aggrediamo la partita, palla sempre in avanti, pressione altissima, recupero e offesa immediata: Barella la mette dentro subito, frustrato dall’offside. Di Marco e Cristante bussano all’accampamento degli eredi di Alessandro Magno, ma siamo noi rischiare il tracollo con Musliu che penetra nelle nostre linee e si divora un gol colossale, prima che Tonali, con galoppata da Premier, scuota in palo con un gran sinistro. L’impressione è che qualcosa stia per succedere e invece sprechiamo tanto, perché non abbiamo davanti il pistolero dagli occhi di ghiaccio: ma costruiamo, questo sì. E quando, all’alba della ripresa, Spalletti lancia i cavalli di Zaniolo al posto della zanzara Politano, arriva l’acuto: proprio l’ex romanista ispira Barella che scuote la traversa, stavolta Immobile non può esimersi dal tap in vincente di testa. Sollievo, inutile nasconderlo. Potremmo maramaldeggiare in contropiede, ora, e invece da italico Dna tendiamo ad abbassarci, e facciamo male perché Elmas sfiora il pareggio con un velenoso destro a girare. La Macedonia cresce, l’Italia sembra regredire sul piano atletico e c’è da soffrire, come sempre quando si tratta di Nazionale.
E infatti: all’80’ la punizione di Bardhi è bella, ma Donnarumma non sembra fare onore all’uomo che lo guarda dalla tribuna. E nonostante Spalletti, l’Italia non s’è desta.

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