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Calcio: l'analisi

L'Italia non s'è desta: ora serve un'impresa Azzurra

di Giorgio Billeri
Luciano Spalletti
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Luciano Spalletti

Nemmeno Spalletti cancella la maledizione Macedonia: Immobile illude l’Italia, poi il calo. Qualificarci all'Europeo del 2024 appare come una scalata durissima

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La maledizione della Macedonia si abbatte anche sulla prima di Luciano Spalletti. Che ha capito che il suo lavoro sarà lungo e soprattutto difficile: siamo già con l’acqua alla gola nel girone di qualificazione all’Europeo. Qualche bagliore, qualche traccia del credo calcistico di Luciano, tanti sprechi, il golletto di Immobile e poi il crollo atletico, con quel pareggio beffa su punizione sul quale Donnarumma qualche colpa ce l’ha. Quattro allenamenti non possono bastare per giudicare il nuovo ct: certo, una grande svolta non è arrivata, l’Italia continua a soffrire e non s’è ancora desta. E la sabbia nella clessidra verso l’Europeo sta scorrendo inesorabilmente.

 

Il romanzo dell’uomo di Certaldo parte da qui, da uno stadio troppo grande per essere pieno, da un terreno di gioco dissestato: la periferia profonda del grande calcio, insomma. Ma tutta l’Italia sta incollata al teleschermo, perché come in ogni prima volta la curiosità si fa morbosa. Dal freddino Mancini a Luciano il toscano, che non sta mai fermo, che scrive e pensa mentre lassù, in tribuna, fa un certo effetto vedere Gigi

 

Buffon, giacca e cravatta, che intona l’inno accanto al presidente Gravina. E poi ci sono loro, i “maledetti” macedoni, onesti lavoratori della pelota che ci hanno soffiato un Mondiale, e dobbiamo batterli.
Chiudiamo gli occhi, e immaginiamo cosa pensa Luciano. Vede Zaccagni a sinistra e pensa a Kvara, Politano a piede invertito a destra che interpreta se stesso. Immobile dovrebbe fare l’Osimhen, Lobotka qui non c’è, lo impersona Cristante, con Tonali e Barella incursori. Di Lorenzo non ha bisogno dello spartito, lui recita per Spalletti da anni e fa la parte dell’esterno-regista-incursore, pirandellianamente uno nessuno e centomila.

 

Aggrediamo la partita, palla sempre in avanti, pressione altissima, recupero e offesa immediata: Barella la mette dentro subito, frustrato dall’offside. Di Marco e Cristante bussano all’accampamento degli eredi di Alessandro Magno, ma siamo noi rischiare il tracollo con Musliu che penetra nelle nostre linee e si divora un gol colossale, prima che Tonali, con galoppata da Premier, scuota in palo con un gran sinistro.

 

L’impressione è che qualcosa stia per succedere e invece sprechiamo tanto, perché non abbiamo davanti il pistolero dagli occhi di ghiaccio: ma costruiamo, questo sì. E quando, all’alba della ripresa, Spalletti lancia i cavalli di Zaniolo al posto della zanzara Politano, arriva l’acuto: proprio l’ex romanista ispira Barella che scuote la traversa, stavolta Immobile non può esimersi dal tap in vincente di testa. Sollievo, inutile nasconderlo. Potremmo maramaldeggiare in contropiede, ora, e invece da italico Dna tendiamo ad abbassarci, e facciamo male perché Elmas sfiora il pareggio con un velenoso destro a girare. La Macedonia cresce, l’Italia sembra regredire sul piano atletico e c’è da soffrire, come sempre quando si tratta di Nazionale.
E infatti: all’80’la punizione di Bardhi è bella, ma Donnarumma non sembra fare onore all’uomo che lo guarda dalla tribuna. E nonostante Spalletti, l’Italia non s’è desta. 

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