Attenzione
Nazionale, perché Luciano Spalletti è lo stratega giusto nel momento giusto
Oggi il tecnico di Certaldo è soprattutto il capitano Aubrey in “Master & Commander” prima dell’abbordaggio del vascello nemico
Dio salvi la Nazionale dai Salvatori della Patria. Si va a Skopje per maledetti tre punti, non per vendicare l’onta inflittaci dalla Macedonia del Nord di un secondo Mondiale guardato dal salotto di casa e col vessillo riposto nella sgabuzzino. Da dove pure Spalletti promette di rispolverare addirittura la bandiera che la mamma nel 1970 gli cucì per andare a fare i cortei di Italia-Germania 4-3. Si gioca non per l’elmo di Scipio, il tricolore e l’unità d’Italia. Ma per far gol con Immobile o magari Raspadori. Non perché siam pronti alla morte – proprio no – ma perché dopo il Mondiale non vorremmo rimetterci anche l’Europeo (che vincemmo due anni fa). Non pretendiamo un ct costituzionalista o riformatore azzurro, di Luciano Spalletti ci serve l’arte del calcio, la sapienza, il guizzo e la luciferina intuizione. Più che il cuore e l’ispirazione profetica, ci serve una superba nazionale ribollita, con lo stesso cavolo nero, gli stessi fagioli e il pane raffermo toscano che già aveva messo in pentola Mancini. Ma che francamente ormai non si mandava giù.
Come sempre in queste occasioni le canne si piegano nella direzione del vento, si assiste a un grande e rinnovato afflato azzurro, tutti sono pervasi dallo spirito della missione. Non ci sono disertori, l’Italia ufficialmente non ha casi aperti (Mancini ad esempio l’aveva giurata a Zaniolo e Zaccagni), nessun dolorino e nessun forfait. Per ora è l’idillio, che detto tra noi non è la condizione ideale perché Spalletti, uomo da duelli rusticani, dia il meglio di se stesso. Chi sarà il Totti o l’Icardi della situazione? Troverà un Osimhen che sfondi le porte? C’è anche Buffon adesso a fare da angelo custode a Donnarumma. I due più nel mirino in Nazionale sono il portiere (Donnarumma) e il centravanti (Immobile), vale a dire capo e coda. Ma siamo anche in fase di tregua azzurra, nessuno ha rimproverato più di tanto alla prima convocazione di Spalletti l’assenza di Berardi e Scamacca, che hanno subito colto in contropiede il neo ct con due doppiette.
La situazione è grave ma non è seria. Il Milan primo in classifica non ha dato nemmeno un giocatore alla causa, ma è inutile partire ancora una volta in tromba contro i troppi stranieri. Perché ogni campionato oggi ha tantissimi stranieri (Premier League 69,1%, Italia 63,7%, Ligue 1 francese 57,1%, Bundesliga tedesca 48,4%), perché il mondo ormai va da quella parte e soprattutto perché se Tonali viene in nazionale dal Milan o dal Newcastle non fa poi tutta questa differenza. Il problema è la qualità dei giocatori: nella lista dei 30 migliori del Pallone d’Oro c’è solo Barella.
Prima di parlare di settori giovanili, programmazione, rilancio e il classico stereotipo “La Nazionale come un Club” – come se avesse dei milioni per comprarsi De Bruyne o Haaland – serviranno dei risultati e dei punti di classifica. Spalletti forse è davvero lo stratega giusto al posto giusto. Sentenziò a luglio da campione d’Italia ma ben prima di diventare ct: «Il calcio è facile lo sanno dire tutti. Ma c’è anche bisogno che ci venga detto qualcosa di diverso e innovativo». Perdonalo Allegri, ma ogni buon ct si sente il numero 1 al mondo. Oggi Spalletti è soprattutto il capitano Aubrey in “Master & Commander” prima dell’abbordaggio del vascello nemico: “Per la patria… e per il bottino”.
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