Gioco
Basket, c’era una volta l’America: Germania-Serbia finale mondiale, l’Europa domina
I tedeschi fanno fuori gli Usa in semifinale. Con tanti saluti anche a Paolo Banchero, che aveva preferito le stelle e strisce all’Italia per mettersi in camera la Coppa del mondo
Ci hanno dato 37 punti. Trentasette. Tenendo in naftalina il fenomeno Anthony Edwards, perché contro l’Italia bastavano le seconde linee.
La nostra è stata una disfatta – come puntualmente ha confermato la sconfitta contro la quadrata e poco più Lettonia di Luca Banchi, anche se non c’era Fontecchio – rimediata contro personaggi non certo di primo piano della Nba. L’Italia di Pozzecco ha giocato un solo vero quarto contro la Serbia (poi finalista), vincendo solo le partite che doveva vincere. Ne abbiamo presi 37 senza lottare contro una squadra che, appena ne ha trovata una dello stesso livello, ha pagato pegno.
Che flop, supponenti e presuntuosi States: sono entrati sul parquet con l’andamento ciondolante e indolente da playground, credendo che la Germania fosse poco più che un’accolita di buoni giocatori, di talenti medi che si sarebbero squagliati come neve a ferragosto solo perché davanti avevano dei giocatori Nba.
Errore esiziale, nel basket: se non difendi di squadra, se non ti sbucci le ginocchia non basta qualche primo violino per fare un’orchestra. La pallacanestro dei tedeschi è stata tecnicamente abbagliante e mentalmente dominante: due quarti di strapotere offensivo, non solo con le veroniche del folletto Schroder ma soprattutto con le triple di un tiratore seriale come Obst, uno che se avesse una nonna di Campobasso andrebbe passaportato al volo, con i voli dei fratelli Wagner, a proposito di musica classica, con la solidità di Thiemann e Theis.
Impressionanti anche per la superbia statunitense: i figliastri del basket più ricco del mondo sono passati dalla sufficienza allo stupore, dalla paura al terrore. Edwards, Brunson e Reaves, 56 punti in tre, hanno tenuto la portaerei in linea di galleggiamento con la sola forza degli uno contro uno imparati nei campetti in mezzo ai grattacieli, e dei tiri da tre punti. A quattro minuti dalla fine si sentiva risuonare soltanto Deutchland Uber Alles: +12 e pasta decisamente in cottura.
Ma anche sotto la porta di Brandeburgo, a volte, viene il braccino: qualche attacco sconsiderato e gli States sono usciti dall’incubo accarezzando il sogno: meno tre a 1’30”. Ma poi la zingarata di Schroder e la tripla di Obst (ah, averlo in azzurro uno così, difficile dimenticare che peggio di noi da tre punti hanno fatto soltanto tre squadre) hanno materializzato la cocente sconfitta, e non è la prima a livello Fiba, dei ricchi ricchissimi.
Con tanti saluti anche a Paolo Banchero, che aveva preferito le stelle e strisce all’Italia per mettersi in camera la Coppa del mondo, e che adesso dovrà ripiegare su una medaglietta di bronzo (forse, occhio perché anche il Canada può batterli) che è il simbolo della sua scelta, a questo punto, infelice. Avesse indossato la canottina azzurra l’Italia sarebbe stata quantomeno meno prevedibile e avrebbe avuto qualcosa di rassomigliante a un centro. Ma tant’é: il Mondiale filippino-giapponese-indonesiano terremota la geopolitica del basket, al centro del villaggio globale, adesso, c’è l’Europa.
Questa meravigliosa Germania da Cavalcata delle Valchirie (Wagner, non a caso) e l’incredibile Serbia di Bogdanovic, che si era buttata via contro di noi e che invece, gara su gara, ha ritrovato il gioco di transizione, ribaltamenti e tiri da tre che appartiene da sempre alla grande leggenda del basket slavo. Germania e Serbia: qualche stella Nba, certo, ma tanti prodotti fatti e cresciuti in casa e soprattutto grandi allenatori. Petrucci ci pensi.l
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