La manifestazione
Sui campi di Serie A si rivede il contropiede, il gol come si faceva 40 anni fa
Altro che possesso palla: i gol in Serie A arrivano dai ribaltoni. Il Milan, Thuram, la Lazio di Sarri, Chiesa: prodezze in campo aperto
Ma di cosa abbiamo discettato in tutti questi anni? Controllo del gioco, pressing alto, possesso palla, dominio territoriale, la criticatissima costruzione dal basso: i tecnici di tutto il mondo si illudevano di aver calzato il cappello di mago Merlino e di aver terremotato il football dalle fondamenta. Ma il calcio non cambia, in fondo è sempre uguale a se stesso. Regge la propria essenza sulla furbizia, sul colpo di genio, sull’abilità di cogliere l’attimo. Il calcio è un battito di ciglia, dove i destini si compiono in un istante. E pensare che i soloni della tattica, i nuovi guru avevano riposto nelle soffitte dei ricordi un pezzo di antiquariato ormai quasi innominabile: il contropiede. Parola quasi tabù al tempo dei “giochisti”, ma concetto che ha fatto grande il calcio italiano, da Rocco al Trap fino a Lippi. La ripartenza, specialità tutta italiana. Ci abbiamo vinto un Mondiale, nel 2006, e se la mente retrocede al 1982, alle gloriose imprese contro Brasile, Argentina e Germania, non serve un particolare sforzo di memoria: la leggenda di Paolo Rossi fu costruita con recupero della palla e micidiali contropiede finalizzati da Pablito, baciato dagli Dei del pallone.
Insomma ancora tu, caro vecchio contropiede, anche se non dovevamo rivederci più. Nessuno adesso ti considera un ferro vecchio:nemmeno le padrone della classifica, Inter e Milan. Enorme potenziale tecnico, occupazione scientifica dell’accampamento avversario ma quando c’è da far male ecco scattare la vecchia trappola: palla rubata agli avversari a centrocampo e lancione lungo che scatena gli assi. Leao e Pulisic, per dire, hanno già fornito assist e timbrato sorprendendo le difese avversarie fuori posizione. Lautaro riempie sempre lo spazio centrale ed è pronto a scattare sul filo del fuorigioco per emettere la propria sentenza. Federico Chiesa, figlio di quell’Enrico che sul contropiede ha costruito una carriera, ha chiuso la partita di Empoli con una galoppata nella prateria.
E ancora: la Lazio di Maurizio Sarri ha sbancato il Maradona con due ripartenze griffate da Luis Alberto (sontuoso tacco) e dal giapponese Kamada. Lo stesso Napoli campione d’Italia, passato da Spalletti a Garcia, ha nel suo dna l’istinto del contropiede: avere uno come Kvara pronto a ribaltare il fronte ti porta a tentare spesso quella giocata e quando le difese avversarie vengono risucchiate in avanti, ecco l’imbucata per quel satanasso di Osimhen, la cui velocità di base non è molto distante dal Jacobs attuale. Vincenzo Italiano e la sua Fiorentina hanno banchettato con la stessa strategia nella prima giornata a Marassi, ma anche nel playoff di Conference contro il Rapid, attirato in avanti prima che Nico Gonzalez ne facesse strame. Caro, vecchio contropiede. Volevano chiuderti per sempre nel baule delle antichità tattiche, ma tu sei come l’araba fenice: rinasci dalle tue ceneri. Perché in fondo nessuno ti ha mai dimenticato: sei tu il fascino italiano.
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