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Italbasket, bentornati al G8 con la “Repubblica del Poz”. Adesso il match con gli Usa

di Federico Lazzotti
Italbasket, bentornati al G8 con la “Repubblica del Poz”. Adesso il match con gli Usa

Batte Porto Rico e dopo 25 anni centra i quarti di finale al Mondiale. Ricci è super, e coach Pozzecco si commuove a fine gara

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Venticinque anni dopo l’Italbasket torna a sedersi al G8 della palla a spicchi, insieme alle grandi potenze della pallacanestro mondiali. Lo fa battendo Porto Rico nella gara decisiva e pescando ai quarti il Dream Team del “traditore” Paolo Banchero. Lo fa vincendo col sorriso di chi è convinto che la felicità sia un o stato d’animo da conquistare insieme, magari dominando a rimbalzo senza avere un vero lungo. Facendo canestro quando conta: 3/21 da tre nei primi due quarti, 6/13 negli ultimi venti minuti. Supplendo alla giornataccia in attacco della sua stella: Fontecchio, eroe della Serbia. E più in generale con la sfacciataggine e la leggerezza di una banda di scugnizzi che ha rischiato di uscire al primo turno e ora non ha paura di avere paura.

Merito, stavolta, dei 12 punti negli ultimi 14 minuti di Pippo Ricci, il compagno di banco con le orecchie a sventola e la faccia da bravo ragazzo che risolve l’esame di maturità alla classe senza che nessuno glielo abbia chiesto prima. Ma anche grazie alla difesa di Pajola, zero punti, ma capace, scivolando a velocità spaziali su diagonali sconosciute, di annientare gli Avangers portoricani: il direttore d’orchestra ex Celtics Waters, il folletto Howard, che di nome fa Jordan, in onore di Air, e in alcune rotazioni perfino su Romero, il fratello maggiore di Romelu Lukaku, per assonanza e somiglianza. Senza dimenticare l’inizio di Tonut (dieci punti nel primo quarto e una schiacciata da poster), l’impatto dalla panchina di capitan Datome, mai sazio, nonostante abbia già detto addio al basket e la concretezza di Melli, uno che vorresti sempre al tuo fianco quando in posta trovi la cartella dall’Agenzia delle Entrate.

Più in generale è la vittoria della “Repubblica del Poz”, un sistema di gioco, scelte e rapporti dove «i giocatori sono come figli», il gruppo è sacro («Attaccate me ma lasciate stare i miei ragazzi», ha detto dopo l’espulsione e il ko con la Repubblica Dominicana) e lo staff tecnico prepara le partite e a volte le gestisce pure. Anche perché – dice il ct azzurro – loro sono più bravi. Ecco la ricetta della pozione magica: meno tattica (le difficoltà ad attaccare la zona portoricana sono state evidenti) e più cuore. E non è un caso che a fine gara le parole del coach siano sull’onda dell’emozione: «Dedichiamo questa partita a Matteo Spagnolo e alla sua famiglia per la perdita del nonno materno. Stamattina gli ho scritto: “Matteo, come stai, tutto a posto? Hai bisogno di qualcosa? E lui: “No grazie, sto bene, andiamo a vincere questa c***o di partita”. Questi sono i ragazzi che ho la fortuna di allenare». E sulla qualificazione aggiunge: «Non ci credeva nessuno. Giusto così, giustifico tutti quelli che non ci hanno creduto solo perché non conoscono questi ragazzi. Siamo tra le prime 8 al mondo. Come gli imbucati alla festa. Per ottenere una cosa simile devi rischiare. Abbiamo rischiato. In Italia devi continuare a ripeterti che sei scarso, sfavorito. Noi mai detto. Stiamo regalando emozioni incredibili, la Nazione la percepiamo dietro a noi che ci spinge e aiuta». È il “Poz”: prendere o sognare, ancora.


 

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