Sicurezza
Italbasket, bentornati al G8 con la “Repubblica del Poz”. Adesso il match con gli Usa
Batte Porto Rico e dopo 25 anni centra i quarti di finale al Mondiale. Ricci è super, e coach Pozzecco si commuove a fine gara
Venticinque anni dopo l’Italbasket torna a sedersi al G8 della palla a spicchi, insieme alle grandi potenze della pallacanestro mondiali. Lo fa battendo Porto Rico nella gara decisiva e pescando ai quarti il Dream Team del “traditore” Paolo Banchero. Lo fa vincendo col sorriso di chi è convinto che la felicità sia un o stato d’animo da conquistare insieme, magari dominando a rimbalzo senza avere un vero lungo. Facendo canestro quando conta: 3/21 da tre nei primi due quarti, 6/13 negli ultimi venti minuti. Supplendo alla giornataccia in attacco della sua stella: Fontecchio, eroe della Serbia. E più in generale con la sfacciataggine e la leggerezza di una banda di scugnizzi che ha rischiato di uscire al primo turno e ora non ha paura di avere paura.
Merito, stavolta, dei 12 punti negli ultimi 14 minuti di Pippo Ricci, il compagno di banco con le orecchie a sventola e la faccia da bravo ragazzo che risolve l’esame di maturità alla classe senza che nessuno glielo abbia chiesto prima. Ma anche grazie alla difesa di Pajola, zero punti, ma capace, scivolando a velocità spaziali su diagonali sconosciute, di annientare gli Avangers portoricani: il direttore d’orchestra ex Celtics Waters, il folletto Howard, che di nome fa Jordan, in onore di Air, e in alcune rotazioni perfino su Romero, il fratello maggiore di Romelu Lukaku, per assonanza e somiglianza. Senza dimenticare l’inizio di Tonut (dieci punti nel primo quarto e una schiacciata da poster), l’impatto dalla panchina di capitan Datome, mai sazio, nonostante abbia già detto addio al basket e la concretezza di Melli, uno che vorresti sempre al tuo fianco quando in posta trovi la cartella dall’Agenzia delle Entrate.
Più in generale è la vittoria della “Repubblica del Poz”, un sistema di gioco, scelte e rapporti dove «i giocatori sono come figli», il gruppo è sacro («Attaccate me ma lasciate stare i miei ragazzi», ha detto dopo l’espulsione e il ko con la Repubblica Dominicana) e lo staff tecnico prepara le partite e a volte le gestisce pure. Anche perché – dice il ct azzurro – loro sono più bravi. Ecco la ricetta della pozione magica: meno tattica (le difficoltà ad attaccare la zona portoricana sono state evidenti) e più cuore. E non è un caso che a fine gara le parole del coach siano sull’onda dell’emozione: «Dedichiamo questa partita a Matteo Spagnolo e alla sua famiglia per la perdita del nonno materno. Stamattina gli ho scritto: “Matteo, come stai, tutto a posto? Hai bisogno di qualcosa? E lui: “No grazie, sto bene, andiamo a vincere questa c***o di partita”. Questi sono i ragazzi che ho la fortuna di allenare». E sulla qualificazione aggiunge: «Non ci credeva nessuno. Giusto così, giustifico tutti quelli che non ci hanno creduto solo perché non conoscono questi ragazzi. Siamo tra le prime 8 al mondo. Come gli imbucati alla festa. Per ottenere una cosa simile devi rischiare. Abbiamo rischiato. In Italia devi continuare a ripeterti che sei scarso, sfavorito. Noi mai detto. Stiamo regalando emozioni incredibili, la Nazione la percepiamo dietro a noi che ci spinge e aiuta». È il “Poz”: prendere o sognare, ancora.
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