Sicurezza
Roby da matti: sarà ct in Arabia, Mancini, così finisce un amore
Decisione lampo del tecnico, i sauditi gli offrono 60 milioni a stagione. «Le dimissioni una scelta personale». Il feeling con Gravina si era rotto
Insondabile e misterioso è l’animo umano. Difficile da leggere, incasellare, classificare. Quasi impossibile capire cosa abbia spinto Roberto Mancini, in una appiccicosa notte agostana, dopo aver interrogato le stelle con gli occhi, a lasciare la panchina della Nazionale, la più prestigiosa in un Paese in cui 60 milioni di persone si esercitano ad occuparla, quella panchina. Impossibile fino al pomeriggio, quando la verità viene a galla ma senza sorprendere troppo: andrà in Arabia, a fare il ct della nazionale, e lo ricopriranno di soldi. Normale, visto lo strapotere del petroldollaro.
LA RIFLESSIONE
Una decisione del tutto inattesa per il mondo, non per lui. Che probabilmente a questo addio pensava da giorni, se non da settimane, seguendo il suadente canto delle chimere del Golfo. Le scelte di Gravina, il piccolo terremoto nei ranghi tecnici federali aveva colto in contropiede il Mancio, che aveva mandato in avanscoperta il fido vice Evani a pregare di non scindere la coppia che aveva piantato il tricolore in cima all’Europa. La Federcalcio non ci ha sentito e ha tirato dritto: via Evani, ma non solo, goodbye anche a Salsano, Nuciari e Lombardo, collaboratori e amici di una vita, il cuore sampdoriano in azzurro. Colpo di spugna, e tutti a casa. Con il super contentino al Mancio, eletto come coordinatore di tutte le rappresentative, dall’Under 19 in su.
LA DOPPIA B
E poi l’arrivo di Andrea Barzagli come “ministro” della difesa e di Gigi Buffon come capodelegazione, ruolo che fu di Gigi Riva e del sodale di una vita, Gianluca Vialli. Barzagli e Buffon, due personaggi ingombranti, non si sa quanto nel cuore del commissario tecnico. Che l’altra notte, dopo lungo meditare, ha deciso che era il momento di cambiare, che i soldi non fanno la felicità ma meglio comunque averne, e tanti: cinque, dieci, magari venti volte quello che l’ex ragazzo col ciuffo percepiva dalla Figc. Così Mancini ha rimesso il mandato nelle mani di Gravina, a un mese esatto dal doppio impegno contro Macedonia e Ucraina che potrebbe essere uno spartiacque verso l’Europeo, vita o morte, dentro o fuori. Il tempo livella, lenisce, cura. Magari oggi, magari domani conosceremo l’esatto contenuto, soprattutto economico, dell’ennesima mega offerta dell’Arabia che sta spolpando il calcio europeo, siano giocatori o tecnici. La famosa offerta impossibile da rifiutare, magari un progetto di cui l’eterno ragazzo di Jesi, cui piacciono le sfide ad alto tasso di difficoltà, si è invaghito. 60 milioni all’anno, si dice: da avere paura.
FLOP MONDIALE
Dopo il trionfo europeo, con quell’abbraccio fissato dalla lente della leggenda con il “fratello” Vialli, Mancini si è sentito responsabile del flop che ci è costato il Mondiale in Qatar e da quella sensazione non si è più ripreso: la crepa con l’ambiente azzurro, infatti, si è fatta pian piano voragine, fino a determinare l’addio traumatico.
«È una scelta di carattere strettamente personale – ha detto ieri Mancini – ringrazio Gravina per la fiducia in questi cinque anni, porterò sempre nel cuore la vittoria nell’Europeo». Parole scontate, pensando al forziere che si riempie: malinconico, ma legittimo.
IL DOMANI
Già, il successore. Povero presidente Gravina, stretto tra l’obbligo di fare presto e quello di non sbagliare la scelta. Spalletti e Conte saltano subito alla mente: liberi, carismatici, vincenti. Ma anche costosissimi: la federazione non può avvicinare nemmeno lontanamente gli stipendi delle squadre di club. Ci vuole un moto di attaccamento, di passione, una scommessa su se stessi: Luciano da Certaldo e Antonio da Lecce avrebbero fascino e carisma per salire sul treno azzurro in corsa senza schiantarsi sui binari. Ma la fretta potrebbe consigliare anche una soluzione-ponte, un traghettatore magari giovane capace di trasportarci almeno all’Europeo. Intanto, però, è il giorno dello stupore, della sorpresa, come il portiere del Parma che vide Roberto Mancini giocatore convertire in un musicale e immaginifico colpo di tacco un banalissimo calcio d’angolo.
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