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Da Thuram a Weah e Maldini, in campo nel nome del padre

di Francesca Bandinelli
Timothy Weah e Daniel Maldini
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Timothy Weah e Daniel Maldini

Il dna non mente, il campionato punta sempre più sui gioielli di famiglia

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Nel nome del padre, raccogliendone il testimone e, se possibile, provando a scrollarsi di dosso la responsabilità di esserne l’erede, quanto a titoli e a trofei conquistati, sul campo. Certo, il ruolo non sempre è lo stesso – i figli dei difensori, alla fine, hanno finito per farsi letali in attacco – ma il dna non mente e la Serie A che sta nascendo vedrà ai nastri di partenza nuove stelline da seguire con interesse. Per molti sarà un ritorno al passato, al pallone degli anni Novanta quando in campo c’erano sì Thuram, Weah e Maldini, ma Lilian, George e Paolo. Se già ci eravamo abituati al nuovo Simeone, quel Giovanni diventato subito Cholito che dopo aver peregrinato tra Genoa, Fiorentina, Cagliari e Verona, a Napoli ha trovato il modo di cucirsi il tricolore sul petto e coronare il sogno di farsi protagonista in Champions League, baciando più volte quel tatuaggio fatto sul polso con le stelline della massima competizione europea, e pure a Federico Chiesa, capace di bruciare le tappe con la Fiorentina passando dal vivaio alla prima squadra in un batter d’occhio, prima di decollare verso la Juve, adesso i riflettori sono tutti per gli altri.

Marcus Thuram, 25 anni, dopo essersi messo in luce nel Borussia Monchengladbach con cui, la passata stagione, ha messo insieme 16 gol tra Bundesliga e Coppa di Germania in 32 partite giocate, in media una rete ogni 2 presenze, proverà a farsi re della Milano nerazzurra. Suo padre, ex difensore di Parma e Juventus, è arrivato fino al tetto del Mondo, con la Francia, nel 1998, schiantando niente meno che il Brasile: ora tocca a lui trovare la chiave per restituire il sorriso ai nuovi tifosi, dopo il ko in finale di Champions contro il City di Haaland e Guardiola. Timothy Weah, 24 anni, ha fatto della fascia il suo reame: dopo tre stagioni al Lille, in Francia, ha puntato dritto sulla Juventus, chiamata a ricostruirsi dopo le vicende giudiziarie che l’hanno vista coinvolta (e penalizzata). Papà George, vincitore del pallone d’oro nel 1995, pochi mesi dopo il suo passaggio al Milan dal Psg (primo calciatore non europeo a conquistare il titolo), fu tra gli artefici del quindicesimo scudetto rossonero, diventando il simbolo della metamorfosi tattica del centravanti di fine anni Novanta, chirurgico dalla distanza e capace di involarsi, palla al piede, verso l’area, a dispetto del pivot che fino a quel momento restava ad aspettare di assestare la zampata vincente a tu per tu col portiere avversario.

Daniel Maldini, figlio di Paolo e nipote di Cesare, già campione d’Italia col Milan nel 2022 e reduce dall’esperienza a La Spezia, proverà a spiccare il volo da dove sono nati tanti dei gioielli della Serie A di oggi, Empoli.

A fare il percorso inverso, dal Castellani a San Siro, solo negli ultimi anni sono stati Bennacer e Krunic: a svelargli i segreti di Monteboro sono stati per primi loro. Adesso tocca a lui cogliere l’occasione: i rossoneri si sono riservati il controriscatto, in modo da non perdere il controllo su uno dei possibili fenomeni del domani, ma serve lo strappo decisivo. Deve solo affondare il piede sul gas, esattamente come Riccardo Sottil, figlio di Andrea, allenatore dell’Udinese. Un anno fa, quando sembrava essere in rampa di lancio, è rimasto soffocato da fastidiosi problemi alla schiena (che hanno richiesto la correzione chirurgica) e ora non intende stare a guardare. È la stagione decisiva, questa: la consacrazione non può più aspettare, se non altro per allontanare il rischio di finire nel girone dantesco dell’anonimato, al pari di Federico Di Francesco. Papà Eusebio guiderà il Frosinone neopromosso in Seria A: dovrà attendere dicembre prima di sfidare il figlio che, nel frattempo, ha ritrovato l’allenatore con cui ha segnato il suo primo gol in B, D’Aversa.

Attenzione, però, ai giovanissimi. Sì, perché Kevin Martins, classe 2005, oggi nelle giovanili del Monza, è il figlio di Obafemi Martins, i cui gol, con tanto di capriole, hanno fatto divertire l’Inter tra il 2001 e il 2006 (49 centri in 136 partite). Il piede è diverso, il destro, ma la progressione in campo lo ricorda eccome: partito nel vivaio nerazzurro, ha fatto centro in tutte le categorie, dalla Under 13 alla Under 18, giocando pure nell’Under 15 dell’Italia (terra in cui è nato). E Hugo Leonardo de Oliveira? È il figlio di Amauri, ex Juventus, ma anche Chievo, Palermo e Parma: Pantaleo Corvino se l’è assicurato subito, tesserandolo per il vivaio del Lecce. C’è un esercito pronto a mettere i panni dell’eroe. Come i padri, anzi di più.




 

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