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L’intervista

Il mister toscano che ai baby calciatori insegna l’anti-razzismo: «Prima di tutto i valori»


	Andrea Bonfiglio, 38 anni 
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Andrea Bonfiglio, 38 anni 

Da 15 anni lavora nelle scuole calcio della Toscana. Porta i suoi bimbi in visita ai campi di concentramento, organizza progetti d’integrazione e coinvolge anche i genitori: «Il gesto tecnico è importante, ma diventare uomini lo è ancora di più»

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In quindici anni di carriera da allenatore in vari settori giovanili dice di «averne viste e sentite tante». E non ha dubbi: «Il razzismo nel calcio è una piaga diffusa». Che colpisce anche «ragazzini di 10-12 anni, ai quali vengono rivolte frasi irripetibili dagli spalti». Andrea Bonfiglio, 38 anni, di Quarrata, in provincia di Pistoia, ha fatto della lotta alla discriminazione un cardine della sua attività nel mondo del calcio. «Perché uno su mille diventa un calciatore, ma tutti saranno uomini. Ed è fondamentale che vivano nella società consapevoli dei danni che può causare ogni forma di discriminazione».

Prima di tutto ci racconti chi è Andrea Bonfiglio.

«Nella vita lavoro come impiegato. Alleno bambini e adolescenti da 15 anni e attualmente sono direttore tecnico del settore giovanile del Paperino San Giorgio, una società di Prato».

Lei, però, prima dei fondamentali del calcio insegna altro ai baby calciatori.

«Le statistiche dicono che la stragrande maggioranza dei ragazzini dopo la maggiore età o smettono di giocare, oppure lo fanno a livello amatoriale. La tecnica calcistica è importante, certo, ma nel giro di qualche anno a loro servirà a poco. I valori come l’inclusione e la solidarietà, invece, se li porteranno dietro per tutta la vita».

Come si traduce nella quotidianità il suo lavoro anti-razzismo?

«La prima iniziativa in questa direzione che ho messo in piedi, ormai qualche anno fa, fu una visita al museo della deportazione, vicino a Prato. Volevo che i bimbi vedessero coi loro occhi la deriva che può prendere, e che ha preso nella storia, purtroppo, il pensiero che divide le persone a seconda della “razza”. Per lo stesso motivo, con gli stessi bimbi, abbiamo visitato il campo di concentramento di Dachau, in Germania. Avevamo un torneo a Monaco e mi è sembrata l’occasione giusta. È stata un’esperienza fortissima il cui pensiero mi emoziona ancora oggi».

Il suo approccio “sociale” al calcio funziona? C’è qualche episodio particolare che considera una vittoria?

«Ce ne sono tanti. Qualche tempo fa abbiamo partecipato a un progetto per favorire l’inclusione dei bimbi di un campo nomadi qua vicino. Nella squadra che allenavo, della categoria Pulcini, venne inserito uno di quei ragazzini. Si è creato un clima straordinario attorno a lui, con i genitori che venivano a vedere le partite insieme agli altri della squadra. Poi, un giorno, la famiglia di quel bambino rimase senza auto. La loro macchina aveva subito un guasto, e per alcune settimane non potevano portare il figlio agli allenamenti e alle partite. Spontaneamente è partita una straordinaria catena solidale. I genitori degli altri bimbi a turno si sono offerti per portarlo dal centro sportivo al campo nomadi».

Perché secondo lei il razzismo non riesce a sparire? Dal mondo del pallone e non solo.

«Non lo so, ma sono sicuro che purtroppo non sparirà mai davvero. Però possiamo fare qualcosa per limitarlo, isolarlo, togliere forza a quel pensiero folle che neppure troppi anni fa ha causato milioni di morti, anche in Italia».

Cosa possiamo fare?

«Possiamo investire sui cittadini del futuro, sui bimbi e sui ragazzi. Nessuno è razzista alla nascita, e se riusciamo a far capire alle nuove generazioni quanto è stupido, pericoloso e sbagliato dividere il mondo tra colori della pelle e lingue parlate, allora possiamo davvero dare una mazzata forte al razzismo».

Per il suo lavoro coi ragazzi ha ricevuto premi dal Coni e della Federazione. C’è qualcuno che invece l’ha contestata?

«Puntare su messaggi sociali in alcuni casi significa prestare meno attenzione al lato tecnico, calcistico, alla rincorsa del risultato. Questo non sempre viene apprezzato, ma a me non importa. Io credo in quello che faccio e nella mia carriera ho sempre trovato società che mi hanno appoggiato e sostenuto. Fin quando me lo permetteranno, continuerò ad allenare prima di tutto il resto l’anti-razzismo». 

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