Gioco
La vita a canestro di "Mitraglia": «Sul parquet fate i Boni, se potete»
Mario Boni festeggia 60 anni: l’irriverente mister 20mila punti si racconta: «Sul parquet mi trasformavo: stringevo i pugni, alzavo la voce, facevo la faccia truce»
Una vita a canestro con il sacro fuoco del basket sempre acceso dall’oratorio sino a diventare quel leggendario giocatore italiano capace di superare in carriera quota 20mila con la media realizzativa più alta nel rapporto tra partite disputate e punti messi a segno ottenendo 11 promozioni in tutte le categorie. Venerdì 30 giugno Mario Boni alias “Mitraglia”, come lo hanno ribattezzato con affetto e riconoscenza i tifosi del basket Montecatini, taglia il traguardo dei 60 anni: «Incredibile solo a pensarci. – racconta Super Mario – Stasera festeggio in un ristorante della Valdinievole con mio figlio, la mia compagna e qualche amico per poi spostarmi in Lomellina per ritrovare le mie radici».
Calcio e basket
«Mio zio mi ha trasmesso la passione per l’Inter in contrapposizione a mio babbo Sandro, che ha praticato canottaggio a buoni livelli, tifoso del Milan. Volevo assomigliare a Beccalossi, il mio idolo, ma ero troppo rissoso in campo e non finivo mai le partite all’oratorio San Luigi di Codogno. Così don Nando, il parroco del paese, mi dirottò verso la pallacanestro. A 10 anni ero piccolo e smilzo, ma con l’adolescenza sono cresciuto vertiginosamente. A credere per primo nelle mie doti è stato Maurizio Fiorani, istruttore del lodigiano e allenatore all’Uc Piacentina. Avevo un feeling con il canestro e il mio nome iniziò a girare nell’ambiente. Ma Milano, Varese e Cantù, i tre grandi club lombardi, mi hanno scartato per via del carattere ribelle. Per fortuna in un provino il vice allenatore di Vigevano convinse il club di A2 a rilevare il mio cartellino».
Fate i Boni se potete
Per un tipo controcorrente, irriverente e dotato di feroce ironia, la Toscana è stata l’approdo ideale: «1985, ultima giornata di serie B. L’Oltrepò Vigevano va a giocare a Montecatini con la Panapesca di coach Masini: uno scontro salvezza. Perdiamo, ma ne metto a segno 26. É stata la svolta della carriera. Ero destinato a Trapani, ma arrivano il gm Gino Natali e il presidente Panati e mi cambiano la vita. Non è un caso se mi sono fermato in questa splendida regione che caratterialmente mi assomiglia. La battuta pronta, il senso d’appartenenza e la voglia di divertirsi e divertire fanno parte del mio Dna e li ho ritrovati nella gente di questa terra dove ti massacrano se si è permalosi o ci si prende sul serio. Sono rimaste epiche le battaglie con Pistoia, Siena e anche Monsummano. Io sul parquet mi trasformavo: stringevo i pugni, alzavo la voce, facevo la faccia truce».
Boni e cattivi
«Essere ricordato dall’immenso Koby Bryant come uno dei giocatori più forti affrontati in allenamento è stato il più grande complimento ricevuto. Tra i giocatori più completi non dimentico l’americano Alphonso Ford, sconfitto solo dalla leucemia, e la guardia Rigaudeau. Il più antipatico? Il francese Dioumassi, un rompiscatole con i gomiti sempre alti. Ma alle scorrettezze rispondevo con un “trentello”. Mi aspettavo di più da Andrea Dalla Mora, una guardia a cui è mancato il carattere per diventare devastante».
Gli amici veri
«A parte il mio gemello Andrea Niccolai, con cui formavano una coppia che ha segnato la storia della pallacanestro italiana, dico Stefano Maguolo che ha giocato con me a Montecatini. Non ci siamo persi di vista: quando ho avuto un problema lui c’è sempre stato».
Il resiliente
«La mia forza? Sapersi modificare nel tempo. Sino a 30 anni sono stato un bel giocatore, ma ero vittima della mia irruenza, del mio egoismo e delle forzature che facevo sul campo dove volevo sempre avere la palla per il tiro. Con il tempo ho perso esplosività, ma ho inserito movimenti in più: palleggio, lettura della difesa e attesa di un blocco per tirare».
Le gioie in carriera
«La conquista nel 1993 del titolo di capocannoniere 30 anni dopo un altro italiano come Dado Lombardi, la vittoria della Coppa Korac e della Coppa di Grecia con l’Aris dove il basket è vissuto con incredibile trasporto e, come è accaduto a Meneghin, aver avuto l’opportunità di giocare contro mio figlio. Campionato di Promozione: io a 54 anni nella Ludec Porcari e Giacomo 19 nella Rossoblù Montecatini. Ha vinto lui, ma a referto ne ho messi 25».
L’aeroplanino
«Montella e tanti altri hanno copiato da me questa forma di esultanza. Ma il copyright non è mio. L’ho mutuato dai giocatori serbi e slavi come il povero Drazen Petrovic».
Il cruccio della Nazionale
«Mi ha fatto piacere sentire Ettore Messina, ammettere di aver sbagliato nel 1993 ad avermi escluso dalla nazionale. Ho disputato una sola partita in azzurro (11 febbraio 1992, amichevole Italia-Cecoslovacchia 75-57) e la ritengo una vergogna assoluta perché in quel momento ero il giocatore italiano più forte in assoluto».
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