Gioco
Orrico: «Juve, metti Chiellini al volante. Sarri spieghi la difesa a Italiano»
Il Maestro di Volpara a ruota libera: «Il Milan a Maldini l’hai fatta grossa. L’Inter? Litigano tutti»
Lo scudetto del Napoli è l’opera magna di Spalletti. La Juventus dovrebbe affidarsi a uno come Maldini, che il Milan si pentirà di aver allontanato. E poi: Italiano? Allenatore promettente, ma in vacanza dovrebbe farsi spiegare la fase difensiva. Non risparmia elogi e critiche Corrado Orrico, tra un sorso di Candia dei Colli Apuani e una boccata dal suo immancabile sigaro. Nella sempre accogliente cornice del Pancino 2, il ristorante ai Ronchi di Marina di Massa di Gianluca Baldini, in cui l’aria del salmastro si mescola con i profumi della buona tavola, il Maestro di Volpara dispensa i suoi giudizi sul campionato appena concluso.
Mister Orrico, partiamo dal Napoli e da uno scudetto che mancava da 33 anni. Le sue impressioni?
«Inutile girarci intorno: è stato il capolavoro di Spalletti, come lo è stata la Venere per Botticelli. Veder giocare il Napoli è stata una goduria. Squadre così passano una volta ogni 10 anni, e il merito è in larga parte di un allenatore che non ha eguali. Un gigante della panchina, per competenza ma soprattutto per la capacità di entrare nella testa dei suoi giocatori e tirare fuori il meglio da loro. Non a caso l’ho definito uno “sciamano”: tutti i suoi calciatori hanno fatto un incredibile salto di qualità. Anche se. ..»
Anche se?
«Sono rimasto sorpreso dall’eliminazione in Champions. Ero convinto che il Napoli sarebbe arrivato in fondo. In Europa erano tutti spaventati, lo stesso Guardiola aveva indicato nella squadra di Spalletti la favorita per la vittoria finale, lui che ha fatto spendere 1, 2 miliardi al City per raggiungerla. Gli infortuni e le squalifiche? Sono attenuanti, ma non bastano: il collettivo aveva una forza tale da poter assorbire le assenze. Forse è mancata un po’di concentrazione. Ma è stato l’unico episodio amaro in una stagione dolcissima».
L’anno sabbatico di Spalletti invece la sorprende?
«Questo non direi. Tra le sue qualità, Spalletti ha quella di essere un pragmatico. È un “nipotino” di Machiavelli, e come tale ha fatto la scelta più intelligente possibile. Perché il vero campionato difficile del Napoli sarà il prossimo: le avversarie lo aspetteranno al varco. È stato opportunista? No, casomai opportuno: dal colloquio con De Laurentiis ha capito che le priorità erano diverse. Per lui, rinforzare la squadra e confermarsi dopo un anno straordinario, per il presidente, far quadrare i conti. Due strade inconciliabili che lo hanno fatto decidere per la separazione. Rudi Garcia? Pagherà dazio, ma sarebbe stato lo stesso per qualunque altro allenatore.
Chi invece non pare intenzionato a lasciare la panchina, nonostante le critiche, è Allegri...
«Attenzione: nella catastrofe della Juventus Allegri ha le sue colpe, eppure è il meno colpevole. La stagione totalmente insufficiente nasce da un mercato estivo disastroso, a sua volta dovuto all’impreparazione della dirigenza e al fatto che, dallo sciagurato acquisto di Ronaldo in poi, l’attenzione della società è andata più sui bilanci che non sull’organico della squadra. Poi possiamo discutere sulle scelte di Allegri, ma il primo errore è di chi non gli ha dato gli strumenti per fare un campionato all’altezza. Le non-prestazioni di Pogba, Paredes, dello stesso Di Maria che avrà fatto sì e no tre partite buone, sono sotto gli occhi di tutti».
Per quanto riguarda le vicende extra-campo che giudizio dà?
«Dico che è una vergogna, ma lo è in primis proprio per chi tifa i colori bianconeri e per l’immagine infangata della Juventus che fu. Un tempo la Vecchia Signora aveva uno stile, un prestigio. Questo è il secondo tentativo in pochi anni, da parte di chi ha preso in mano la società, di rovinarne la storia. Il primo fu Calciopoli, ora ci sono le plusvalenze gonfiate. Nel mezzo, una serie di episodi incommentabili, da far rivoltare l’avvocato Agnelli nella tomba. Su tutti la pantomima di Suarez e del suo esame di italiano. Ma dico, ti sembra una cosa da Juve? »
Da dove si riparte?
«Sicuramente non dallo sciame di burocrati che c’è ora alla guida della società. Capisco che l’attenzione sia tutta rivolta alle carte, ma se la Juve vuole tornare a essere competitiva “sul campo”, deve affidarsi a qualcuno “di campo”. I dirigenti hanno bisogno di avere accanto figure che hanno trascorso una carriera nel mondo del calcio: fanno da collante tra squadra e vertici, e suggeriscono gli acquisti. La Juve avrebbe avuto Nedved, ma il biondino tutto faceva tranne quello. Sai chi dovrebbero chiamare ora? Chiellini. Uno che ha il bianconero nel Dna: sarebbe il profilo ideale per ripartire, come lo è stato Maldini per il Milan».
Non proprio un paragone incoraggiante: Maldini è stato licenziato...
«Ciò non significa che chi verrà dopo di lui farà meglio. Anzi, dico già che secondo me il Milan il prossimo anno non arriverà tra le prime quattro. Al momento mancano due dei tre pilastri che avevano consentito ai rossoneri di vincere lo scudetto: Ibrahimovic con la sua leadership nello spogliatoio, e Maldini con il suo carisma in società. Vedrai che capiranno l’errore: il calcio ti porta sempre il conto, basta aspettare. La stagione del Milan non è stata eccelsa, ma nemmeno tale da giustificare questa rivoluzione».
Però gli acquisti del duo Maldini-Massara sono stati a dir poco deludenti. Ha visto De Ketelaere?
«Vero, ma erano stati gli stessi Maldini e Massara a modellare la squadra da scudetto l’anno prima. Fa parte del mestiere: a volte ci indovini, a volte no. Il giovanotto belga l’ho visto eccome: avrebbe bisogno di qualche pedatone nel sedere. Prima ancora che per come gioca in partita, per come si allena. È in allenamento che si costruisce un giocatore: è lì che gli va cambiata mentalità, è lì che si deve capire che in Italia ogni partita è una battaglia. Bisogna picchiare e farsi picchiare, rischiare e buttarsi dove c’è il pericolo e l’occasione. Invece il ragazzino ha un atteggiamento ai limiti dell’irritante per quanto è leggero. E purtroppo per lui, non ha trovato in Pioli l’allenatore giusto: troppo buono, troppo perbene per dargli una raddrizzata come si deve».
Sull’altra sponda di Milano, l’Inter ha finito in crescendo: terzo posto, Coppa Italia e finale di Champions poi persa contro il City. Basta per dimenticare una prima parte di stagione negativa?
«Guarda, c’è una regola non scritta nel calcio: quando ci sono partite decisive, i giocatori se ne fregano degli allenatori. Non li stanno neanche a sentire: vanno per conto loro, trovano gli stimoli da soli, vogliono vincerle quelle partite. La Champions è un insieme di partite-chiave. E l’Inter la finale avrebbe anche potuto vincerla. Ma il campionato, invece, è la somma dei valori e di un’organizzazione di gioco che ha una squadra. E lì l’Inter ha perso 12 partite, pur avendo, nel complesso, l’organico più forte in assoluto, anche più forte del Napoli».
Non sta sottovalutando un po’troppo il lavoro di Inzaghi?
«Ma sono proprio i risultati a dare credito ai suoi detrattori. Quando serviva la squadra, la squadra non c’era. Quando sono arrivati i derby e le finali, c’erano i fuoriclasse, che quelle partite le giocano per conto loro e le vogliono vincere. Non pensate solo agli ultimi mesi: ricordate lo spogliatoio dell’Inter durante la stagione? Una polveriera, giocatori che litigavano tra loro in mezzo al campo, altri che mostravano evidenti segni di insofferenza nei confronti dell’allenatore. Insomma: il giudizio sull’operato di Inzaghi non sta tanto nella finale giocata quasi alla pari col City, quanto nei 18 punti di distacco dal Napoli.
Restando in tema di finali: perché invece la Fiorentina ne ha perse due?
«Perché non ha i fuoriclasse, meno che mai là davanti. Due mezzi attaccanti non fanno un centravanti. A questo si è aggiunta una fase difensiva fuori da ogni logica. Italiano è bravo, ma dovrebbe fare una cosa: dovrebbe chiamare Sarri, chiedergli dov’è in vacanza, e raggiungerlo per un paio di settimane. E farsi spiegare da lui l’organizzazione difensiva. Ho visto perdere delle partite alla Fiorentina perché in vantaggio andava alla ricerca del raddoppio. Come filosofia ci può anche stare, ma devi farlo con criterio, non in modo sconsiderato».
Chiudiamo con le romane: la Lazio fa un gran campionato, ma si parla sempre e solo della Roma...
«Personalmente il gioco di Sarri non mi entusiasma, ma devo dargli merito di essere il più bravo a organizzare la difesa. È un allenatore attento e concreto, forse persino troppo dato che per mesi ha sacrificato il più grande interprete del calcio che aveva a disposizione (Luis Alberto, ndr) . Quanto alla Roma, Mou continua a essere il solito cantastorie: la verità è che fuori dal campo sa difendersi e attaccare meglio di altri, ma in campo la Roma ha giocato male, così come hanno sempre giocato male le sue squadre, anche quando hanno vinto».
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