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Pep scala il paradiso, una tregua per Simone

di Fabrizio Bocca
Pep scala il paradiso, una tregua per Simone<br>

Guardiola e la perfezione raggiunta senza Messi al fianco Inzaghi si è conquistato la chance di riprovarci ancora

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Ricominciare da tre. Per Pep è possibile, il “treble” sta appunto per tre ed è la trasfigurazione inglese del Triplete interista di 13 anni fa: Champions League, Premier League, FA Cup. Per gli inglesi è quello che conta: ossia la perfezione raggiunta da Pep Guardiola con la sua ascesa completa al paradiso del football. E senza Messi a tenerlo per mano.

Di en plein nella storia del calcio europeo ne sono stati fatti solo dieci, e Guardiola ne ha ottenuti due: uno col Barcellona e uno col City. Arrivati a un certo livello si è ammessi così alla contemplazione della Trinità guardiolista. “Pepfection” per dirla col mirabile titolo de L’Equipe. Il “treble” è la sintesi più recente di tre Champions League, tre mondiali per club, 11 titoli tra Liga, Bundesliga e Premier League e un’infinità di altri trionfi personali e di squadra. Noi tendiamo a personalizzare e mitizzare, parliamo di ossessione, abbiamo per gli allenatori un’ammirazione “churcilliana”, il resto del mondo fa più squadra. “Champions City”.

Per Simone Inzaghi ricominciare da tre è un po’ più complicato. Per la finale di Champions League ha goduto di una tregua speciale, l’avrebbero fatto fuori volentieri ben prima, se non si fosse conquistato il suo diritto a provarci con un certo ghigno che nessuno gli riconosceva. Quello stesso ghigno che ha sfoderato contro un collaboratore che cercava di trattenerlo dall’invasione di campo negli ultimi minuti della finale di Champions League. Errore grave, sintomo di nervosismo eccessivo e mancato autocontrollo. Ma era anche la prima volta che capitava lì ed era pure andato vicino all’impresa di riacciuffare il City.

Nessuno ricorderà mai una Coppa Italia, un terzo posto in campionato e le finali purtroppo non fanno “palmares”, ma può appendersi all’occhiello, Simone, la benedizione di Pep stesso: «A Inzaghi dico, ci siamo passati anche noi. Non è male essere comunque la seconda squadra d’Europa, l’importante è esserci». Ora sa tanto di presa in giro, ma di Pep ce ne è uno solo e la sua stessa illuminazione comunque fa curriculum. Come se lui fosse ora il prescelto. A Istanbul Inzaghi si è conquistato la chance di riprovarci ancora, di dimostrare che questa finale non è stata un caso. E che ha dovuto combattere contro molti mulini a vento. Alcuni veri altri no.

Certo Guardiola è troppo avanti per sperare di raggiungerlo, Inzaghi intanto dovrà faticare molto per strapparsi di dosso l’etichetta di mister delle occasioni perdute: lo scudetto consegnato al Milan un anno fa, la Champions accarezzata ma vinta dal migliore oggi.

La cosa più difficile da ammettere è che dentro Guardiola e il Guardiolismo ci sia una vena italiana, magari non propriamente italianismo inteso come idea di fare calcio che è completamente opposta alla sua. Ma un modo di essere e di stare al mondo. Tra i complimenti arrivati a Pep ci sono quelli di Carletto Mazzone, che per noi è un totem italianista come pochi: «Siamo sempre con te, grande Pep: ti voglio bene come un figlio». A Brescia da Carletto Mazzone, Guardiola ha imparato quante dosi di fatalismo, improvvisazione e umanità mettere dentro alla purezza del suo calcio. Per la sua prima Champions, finale del 2009, invitò Mazzone personalmente all’Olimpico a Roma e lo chiamò ad Ascoli. Rispose il nipote: «Nonnooo, ti vogliono al telefono. Dice che si chiama Guardiola».

A Istanbul c’era Baggio in tribuna, il suo amico portafortuna, il suo Messi italiano di venti anni fa. A Brescia Guardiola si rifugia spesso con la famiglia quando vuole sottrarsi al frullatore dei miliardi e del grande calcio. Nel suo staff ci sono tecnici e collaboratori italiani: fra cui Enzo Maresca, il cui padre a Istanbul era scomparso subito dopo la finale, persino la polizia si era messa in azione per la ricerca. Per fortuna poi è riapparso e tutto è finito bene. Nello staff di Guardiola è fondamentale il catalano Manolo Estiarte, il Maradona della pallanuoto, che tra gli anni ’80 e ’90 è stato un idolo a Pescara e a Savona. Un altro pizzico d’Italia.

Ogni trenta partite col City Pep vince un trofeo. Guardiola fa parte di quegli allenatori futuristi e visionari che hanno cambiato il calcio. Come Sacchi o Rinus Michels, Chapman o Helenio Herrera. Averlo arginato e costretto non solo a un classico risultato italianista (1-0), ma anche obbligato a difendere coi denti quel gol è già una medaglia al merito. Ma ora si ricomincia da capo, la scalata di Simone alla montagna del purgatorio è ancora lunga.

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