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Ingaggio choc per Messi: dopo Cr7, Leo in Arabia Saudita per 400 milioni l’anno

di Giorgio Billeri
Ingaggio choc per Messi: dopo Cr7, Leo in Arabia Saudita per 400 milioni l’anno

Il più grande giocatore al mondo raggiunge Ronaldo in un torneo ricchissimo, ma che vale una bassa serie B. L’addio al calcio “vero” per una montagna di denaro. Van Basten: «Un finale misero, che bisogno aveva?»

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«Non capisco la voglia di andare a giocare in Asia per guadagnare tanti soldi, dopo tutti quelli che ha già guadagnato. Mi sembrerebbe un po' una miseria. Messi deve fare le cose che ama, deve essere il capo di se stesso». Non siamo al Bar sport, la frase non è dell’avventore ammalato di calcio che sorseggia il Crodino nel tavolino all’angolo.

No, la frase è di un signore che risponde al nome di Marco Van Basten, leggenda del Milan degli Invincibili, uno che chiamavano il Cigno di Utrecht, uno che ha segnato il secondo gol più bello (al volo, contro la Russia a Euro 1988) del secolo dopo la soprannaturale serpentina di Maradona all’Azteca con gli inglesi. Parole che pesano, dunque. L’ex fenomeno del Milan esprime il pensiero di tutti, o quasi.

Perché? Perché Leo Messi, quello che è considerato urbi ed orbi il miglior calciatore del ventunesimo secolo (ma non fatevi sentire da Cristiano Ronaldo), il Diez venuto dopo l’altro Diez, il sinistro rubato all’Olimpo, avverte l’insopprimibile desiderio di abbandonare il football che conta per immalinconirsi in un campionato saudita paragonabile alla nostra bassa (bassissima) serie B, dove anche il Cittadella e il Cosenza farebbero la loro figura e dove hanno trovato ricovero molti fuori rosa del nostro campionato? Dai lustrini e cotillons della ville Lumiere, dal ricchissimo Psg che faceva coesistere Leo, Mbappé e Neymar allo struggente tramonto in Arabia Saudita, in una squadra – l’Al Hilal – che pochissimi conoscono.

La notizia era nell’aria, ieri la stampa francese l’ha data in pasto al mondo, anche se papà Jorge, secondo un clichè consolidato, cade dalle nuvole: addio Psg, io scelgo gli emiri. Già, ma perché? Per soldi, risponderanno tutti, il colto e l’inclita. Già: 400 milioni netti all’anno, con l’ipotesi di un contratto triennale, fa un miliardo e duecento milioni. Roba troppo grande, enorme anche per essere solo pensata, immaginata. I conti della serva (si fa per dire) scattano spontanei: considerato che un calciatore lavora dieci mesi all’anno, fanno 40 milioni al mese, un milione e 333mila euro al giorno. Verrebbe da sorridere, se la cosa non urlasse alle viscere: un contratto abnorme, un’operazione oltre ogni moralità, uno schiaffo alla miseria. Si dirà: i soldi sono degli arabi, ne hanno tanti e per sempre, finché il petrolio zampillerà dalla terra. Vero anche questo: lo spettacolo se lo pagano e se lo guardano (soltanto loro però: sfidiamo qualsiasi tifoso europeo ad affermare di aver visto in diretta un match di quel campionato).

Il Mondiale in Qatar è stata la prima goccia di quello che promette di essere uno tsunami finanziario sul pallone globale, una deriva che potrebbe falsare il mercato per sempre. Intanto dalle parti di Riad hanno iniziato la collezione di figurine dorate: Cristiano Ronaldo è stato il pioniere, e chissà adesso la rabbia dell’egocentrissimo portoghese nel sapere che il suo “nemico” di sempre giocherà (passeggerà…) nello stesso campionato, ma per il doppio dell’ingaggio (CR7 prende “solo” 200 milioni all’anno all’Al Nassr). Messi, si dice, ha chiesto di portare tra oasi e cammelli anche gli ex compagni del Barcellona (bei tempi, quelli del calcio vero…) come Sergi Busquets e Jordi Alba, non proprio dei ragazzini, altri due che stanno facendo le pratiche per il prepensionamento con i tacchetti. Cimitero di elefanti: può sembrare eccessivo, ma è così. Giocatori oltre i 35, che hanno incendiato le folle e l’immaginario collettivo, dall’Inghilterra all’Italia, dalla Spagna alla Francia. Uno, Ronaldo, è il miglior marcatore di ogni tempo, l’altro, Messi, con la perla del Mondiale si è levato dalla spalla la scimmia più grande che c’è, a nome Diego Armando Maradona. Affamati un tempo di gol e vittorie, oggi di soldi: nati in contesti dignitosi ma poveri, l’uno nell’isola di Madeira e l’altro a Rosario, profonda Argentina, hanno inseguito un riscatto sociale ed economico ampiamente raggiunto, fatturano come una grande impresa, su Instagram stracciano anche le Kardashian. Hanno mogli belle, figli belli, un parco macchine che fanno sembrare Onassis un borghesotto. Eppure la loro borsa e il loro ego non sono mai pieni: soldi, soldi, soldi. Da raccogliere anche lungo un viale del tramonto che fa malinconia, con il numero sette e il numero dieci che sfumano, in dissolvenza, verso la fine. Ha ragione Van Basten: perché, Leo? 

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