Gioco
Napoli, la festa scudetto spenta da un elettricista: chi è Dia, il ragazzone che fa godere Salerno
La domenica del Maradona sembrava quella perfetta: il terzo titolo nazionale della storia del club azzurro sfuma dopo la prodezza del 26enne nato in un paesino della Francia
NAPOLI. È un po’ come quando il cameriere fa tutta la sala col vassoio in mano: testa alta, passo spedito, portamento perfetto. E poi inciampa a un passo dal tavolo facendo finire tutto a terra. O – nel peggiore dei casi – rovesciando pasta e sugo sulla camicia bianca del cliente che era già pronto con la mano sulla forchetta. Non è la fine del mondo, perché dalla cucina arriverà subito il bis e nessuno tornerà a casa senza aver mangiato. E la camicia sarà smacchiata con i soldi del titolare del ristorante, con tanto di scuse e sconto massiccio. Tradotto: il Napoli lo scudetto lo vincerà. La festa in nome di Re Diego si farà e sarà un tripudio: da Mergellina ai quartieri Spagnoli, da Posillipo alle vele di Scampia. Però che beffa al Maradona, domenica 30 aprile. Era tutto pronto. La città paralizzata e coperta da bandiere e striscioni con lo scudetto tricolore. La vittoria dell’Inter sulla Lazio nel match dell’ora di pranzo che aveva fatto sussultare il popolo partenopeo. Bastava – si fa per dire, alla luce dei fatti – battere la Salernitana in uno stadio monotifo. Il vassoio di cui sopra era davvero a un passo dal tavolo. A distanza di 33 anni dall’ultima volta, Napoli aveva già un piede nel Paradiso del calcio italiano. L’ingresso è solo rimandato. Ma quanto è fastidioso attendere ancora. E la “colpa” – metaforicamente parlando, sia chiaro – è di un ragazzone che fino a qualche anno fa faceva l’elettricista.
Abitudine
Dopo un primo tempo dominato dal nervosismo di una squadra che sente forte la pressione di oltre tre decenni di attesa – 1990, l’ultimo trionfo tricolore napoletano –, il tocco di Olivera, il classico uomo che non ti aspetti, disegna i primi tratti della domenica perfetta. Il Maradona trema. Napoli piange e prega. Lo scudetto è lì, ora si vede bene davvero, straordinariamente nitido. Ma il calcio è il regno dell’imprevedibilità: e non è solo retorica. Tutto può cambiare: dalla gioia alla doccia fredda è un attimo. Soprattutto quando non sei abituato a vincere. A volte l’alba del trionfo può fare paura. Senza dimenticare che c’è un derby di mezzo. La Salernitana non vuole perdere – anche perché ha ancora una salvezza da conquistare – e l’idea di rovinare la festa ai cugini rivali è un fantasia che eccita la sponda granata della Campania. Mancano sei minuti al novantesimo. È fatta. Anzi, no. Per dirla come il mitologico Trapattoni: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.
Tre lettere
Dalla mano di Dio al piede di Dia. Boulaye compirà 26 anni il prossimo 19 novembre. Origini senegalesi, è nato a Oyonnax, angolo piuttosto remoto della Francia dove vivono poco più di 23mila persone. Il Villareal lo ha pagato 12 milioni nell’estate del 2021 strappandolo al Reims. Prima di fare il calciatore la sua vita era fatta di circuiti e interruttori: «Facevo l’elettricista – ha raccontato in una recente intervista – e quando giocavo al Reims i miei compagni mi chiedevano aiuto per sistemare la televisione di casa, o per riparare l’impianto elettrico. E io li aiutavo». Stavolta la luce l’ha spenta, invece di accenderla. Il buio sul Maradona cala al minuto al 84. Tre lettere per il gelo totale. ElettroDia prende palla defilato rispetto alla porta di Meret, si accentra ed esplode. Gol. 1-1.
Col fiato sospeso
Si giocherà per altri dodici minuti circa. Il Napoli le prova tutte. Palloni scodellati nell’area di Ochoa – col portierone messicano che para senza fare miracoli e se la cava senza patemi –, e anche un timido tentativo disperato di convincere il direttore di gara ad assegnare un calcio di rigore quando il tiro di un calciatore del Napoli colpisce il basso ventre di un avversario. Passano i secondi ma il miracolo non si materializza. Fischio finale. Napoli-Salernitana 1-1. Il vassoio è caduto, ma è solo un contrattempo che non rovinerà la festa.
Il leone e gli applausi
La prima immagine che passa alla televisione dopo il triplice fischio che sancisce il pari nel derby campano è quella di Osimhen, che si toglie la maschera e si lascia andare a un urlo che arriva dall’anima. È un leone ferito. Il pubblico applaude. Incredulo. Tocca aspettare. Il terzo scudetto è un parto con un travaglio lungo. Ma quel numero tre tinto coi colori dell’Italia prenderà vita. La luce a Napoli tornerà. Ma non sarà Dia a risolvere il guasto.
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