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Galli, dalla porta il calcio si vede meglio: «Troppi stranieri, Spalletti ricorda Sacchi»

di Luca Tronchetti
Galli, dalla porta il calcio si vede meglio: «Troppi stranieri, Spalletti ricorda Sacchi»

65 candeline e tanti ricordi per l’ex n.1. «Arrigo, Mazzone e Bearzot i tecnici della mia vita»

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Per tutti è stato il portiere di Coppa. E non è un caso se con Giuliano Sarti è l’unico portiere ad aver vinto due Coppe dei Campioni e con Angelo Peruzzi il solo numero 1 ad aver vinto la Coppa del Mondo e la Champions. Sabato Giovanni Galli ha compiuto 65 anni. Li ha festeggiati ieri in Versilia con la famiglia e soprattutto con la figlia più piccola Carolina. Un giudizio in chiaroscuro sull’attuale momento del calcio italiano con il Napoli padrone del campionato, Inter e Milan in semifinale di Champions, Juventus e Roma nella fase finale di Europa League e la Fiorentina avanti in Conference: «Da un lato sono orgoglioso di constatare che l’Italia sta tornando ai vertici del calcio, dall’altro questo risveglio non mi soddisfa e non mi convince più di tanto. Vado a leggere le formazioni e vedo sì e no cinque-sei italiani su 22. E allora mi chiedo se la governance è consapevole che, proseguendo con questa politica degli stranieri, non si ledono gli interessi delle formazioni azzurre. Ritengo che la vittoria all’Europeo sia stata un’eccezione, tra le cose da fare occorre cambiare la fiscalità perché se una squadra italiana acquista un calciatore da un’altra squadra italiana lo paga il prezzo del cartellino più il 22% di Iva mentre lo stesso giocatore se vai a prenderlo all’estero risparmi l’imposta».

Vede analogie tra il Milan stellare di Sacchi e il Napoli di Spalletti?

«Una su tutte: vincono divertendosi. E praticano un calcio moderno, fatto di velocità, pressing e gioco sulle fasce. Sino a un mese fa hanno incantato la gente. Quando se ne sono andati campioni del calibro di Insigne, Koulibaly, Mertens e Fabian Ruiz, ho pensato a un ridimensionamento. Invece devo fare i complimenti al presidente De Laurentis che ha puntato su un direttore sportivo competente come Giuntoli, capace di scovare in Russia uno come Kvaratskhelia che oggi vale cento milioni, dalla Turchia un difensore dominante come Kim e aver tenuto stretto quello che oggi è il più forte centravanti del mondo, il nigeriano Osimhen».

Portiere per vocazione o per caso?

«Alla Pubblica Assistenza di San Martino a Pisa, dove ho mosso i miei primi passi con il pallone, giocavo a centrocampo. Alla prima di campionato manca il portiere e mio padre mi dice di andare in porta. Vinciamo, vado bene, e alla seconda si ripresenta lo stesso problema. Rieccomi a difesa dei pali. Risultato identico. Alla fine ho giocato tutto l’anno con il numero 1 dietro la schiena. Di lì a poco arriva la chiamata della Fiorentina».

Mazzone, Bearzot, Sacchi, i tre allenatore della sua vita.

«A Mazzone devo tanto. Ha sempre seguito la mia carriera: da quando ero in Primavera, acconsentendo alla cessione di Mattolini al Napoli per Carmignani e promuovendomi a 18 anni come dodicesimo con il debutto in A contro la Juve, sino a quando è mancato mio figlio venendo in macchina da Ascoli per ritirare un premio della fondazione in ricordo di Niccolò». Per Galli, Enzo Bearzot era il sosia di babbo Mario: «Lui è venuto a mancare troppo presto e non ha potuto vedere il mio esordio in A. Il Commissario tecnico gli somigliava moltissimo sia fisicamente che caratterialmente. Rivedevo in lui mio padre e lo ascoltavo in religioso silenzio». Sacchi è l’allenatore che gli ha fatto raggiungere le vette più alte: due Coppe dei Campioni (1989 e 1990), una Coppa Intercontinentale, due supercoppe italiane, una coppa Uefa e l’unico scudetto in carriera quello del 1988: «Se Jurgen Klopp prende come punto di riferimento e fonte di ispirazione per le sue squadre il Milan di Arrigo, con cui ci sentiamo sempre per le feste tanto che sabato ho ricevuto la sua chiamata, è segno che quei giocatori e quel modo di giocare hanno segnato un’epoca. Il calcio moderno inizia con quel modo rivoluzionario di cercare il risultato attraverso un gioco armonico capace di divertire gli spettatori».

Maradona avversario, Maradona compagno di squadra: è stato lui il più forte calciatore di ogni epoca?

«Assolutamente. E non perdono il presidente Ferlaino per averlo lasciato soli in quei momenti drammatici precedenti alla sua fuga da Napoli. Un suo gol ai mondiali messicani mi ha fatto fare la figura del bischero e mi ha praticamente estromesso dal giro azzurro. Ma quando ho avuto la fortuna di giocarci assieme ho capito che avevo davanti un uomo di una generosità fuori dal comune che porterò sempre nel cuore».

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