La manifestazione
C’erano una volta i “rigorini”: il perché del bruco calo di penalty in Serie A
Quest’anno la media è scesa a uno ogni tre partite e mezzo: i motivi
«Rigori? L’augurio è che se ne fischino di meno e che i giocatori capiscano che non ogni contatto equivale a un rigore». Erano queste, in avvio di stagione, le parole di Nicola Rizzoli, ex arbitro di fama internazionale ed ex designatore arbitrale. Un auspicio che, come ampiamente prevedibile, si è tradotto in una netta diminuzione dei penalty decretati.
Lo dicono le cifre; cristallizzando i dati alla 23ª giornata, si nota che in questa stagione sono stati decretati 66 calci di rigore, alla media di uno ogni 3,5 partite, in netto calo rispetto ai 91 della passata stagione. Un calo che diventa ancor più marcato prendendo a riferimento la stagione 2019/20, quella in cui si videro il maggior numero di tiri dal dischetto, la bellezza di 187, di fatto uno ogni due partite. Per trovare un campionato dalla media rigori più bassa di quella attuale, bisogna addirittura andare indietro nel tempo di quasi 20 anni anni, alla stagione 2004/2005. In quel torneo i tiri dal dischetto furono complessivamente 110, alla media di 0,29 a partita.
Il Var non influisce
Un calo che non può essere correlato all’introduzione del Var, bensì alle nuove linee guida scelte da Rizzoli. Infatti, nelle precedenti cinque stagioni nelle quali è stato utilizzato il Var, il numero dei calci di rigore era stato di gran lunga superiore a quelli decretati senza l’ausilio dell’occhio elettronico.
Il top nel campionato 2019/20, quando, alla giornata 23, furono concessi 187 penalty, quasi il triplo di quelli attuali. Numeri che certificano il nuovo corso arbitrale, non più ”rigorini”, come accadeva fino allo scorso campionato, ma decretati solo dopo falli chiari ed evidenti.
Poche reti
Conseguente anche la diminuzione delle reti realizzate; in questo campionato si viaggia alla media di 2,55 a partita, rispetto ai 2,87 dello scorso torneo, lontanissima dagli oltre 3 centri a match del 2020-21. Di fatto, a fare la differenza è il netto calo di reti realizzate su calcio di rigore. Un trend che trova conferma anche negli altri campionati europei più importanti; a parte la francese Ligue 1, dove nello stesso numero di giornate ne sono stati concessi 97, i numeri sono molto simili a quelli italiani.
Pochi dribbling
Oltre all’indirizzo, per così dire “politico-arbitrale”, una delle cause del calo è dovuto anche all’evoluzione del gioco, nel quale l’uso della finta e del dribbling sembra purtroppo diventato un optional. Il calcio di oggi è standardizzato, con i calciatori ingabbiati in schemi fissi, nei quali il must è la ricerca della profondità, anziché la superiorità numerica. Come sono lontani i tempi in cui gli esterni, adesso spesso travestiti da terzini, era attaccanti aggiunti, dal dribbling ubriacante, fatto apposta per creare la superiorità numerica, e spesso causa di falli da rigore. I più attempati ricorderanno dribblomani del calibro di Gigi Meroni, Claudio Sala, Franco Causio, Bruno Conti, Vincenzo D’Amico, Roberto Donadoni; adesso gli esterni sono Dumfries, Darmian, Theo Hernandez, bravi sì, ma con caratteristiche del tutto diverse.
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